giovedì sera
Disgustoso! sibilò poggiando chiavi e guanti nello svuotatasche sul lungo mobile in noce del soggiorno.
Marco accennò un invito a continuare a parlare con un lieve movimento delle spalle verso di lei, continuando ad affettare le verdure col suo coltello in ceramica.
Disgustoso, credimi! ribadì lanciando il giubbotto sul divano, seguito dalla sciarpa.
La borsa la incastrò tra la piantana e la defenbachia ormai agonizzante, il pollice verde non era una prerogativa, in casa.
Carote, prendere tegame, burro dal frigo, paletta di legno per girare la verdura durante la cottura.
Assolutamente incredibilmente follemente aaaaah, terribilmente disgustoso -primo anfibio.
Preparare il prezzemolo da mettere a fine cottura, sale per mantenere vivo l'arancio.
Non ho limiti per contenere questo disgusto che guarda, guarda, guarda -secondo anfibio, al centro del tappeto come una scultura permanente.
Vino bianco, sfumare, maggiorana e pochissimo rosmarino, due gocce di limone, mezzo bicchiere di acqua calda, coperchio sul tegame.
Cosa è così disgustoso?
Non mi ricordo.
Marco e il rasoio
La riunione, sì, ecco, allora, devo ricordarmi non stravaccato
Ma neanche impettito
Niente braccia conserte, per carità
E non devo giocare con le penne
Guarda qua, un pelo incarnito, dannata barba
Marie, cosa dici, profumo o solo dopobarba?
Stai scegliendo la cravatta, amore?
Devo lucidare le scarpe, ancora, sono in ritardo
Amore, che dici, mentine o chewin-gum?
Ti porterò in Irlanda a fare Orlando
E in Israele a fotografare pompelmi
E a New York a disquisire di artisti, a Tribeca
Amore, avrò un nuovo lavoro
Marie avremo più soldi
Tesoro ti comprerò il mondo
Non rispondi
Rispondimi
Marie
Marie allo specchio
hai creduto di leggere la tua fine nella mia domanda ma ti sbagli perché già amo anche lui che sa di cadenza cantinelante e di prosecchi e non posso che camminare strisciando la faccia contro il vetro gelido ricordando all'improvviso l' amica di famiglia che si diletta di psicologia spicciola e non posso che sentire addosso lenzuola e vapore bollente e non posso che dirti che sei mia mentre mi guardi allacciare gli scarponi ed affilare i denti per affondarli più facilmente nella carne sai che ancora non penso ma il tarlo ha iniziato a rosicare il legno curiosa attendi di vedere come saranno gli sviluppi, lieta di assistere all'intero processo sin dal suo inizio, osservi il concepimento con occhio clinico e sorriso scintillante e mi passi il rossetto color mattone assicurandomi che è indelebile la mano affonda nel cotone mentre ti ricordo che è tutto un altro piano inclinato, che le piattaforme non si scaglieranno mai l'una contro l'altra
venerdì mattina
Attimi in auto che vengono strappati
Doccia, gel, vestirsi, automobile accensione cd volume riscaldamento finestrino attendere sole che brilla risate sommerse il fiume che pare mare galleria ed accelerare e dirti che non frenerò alla curva
La musica
La tua musica
Cominciare la giornata con la tua musica
Tradire, allontanarsi, scopare altri corpi, la mia ragazza, la tua ragazza, altri occhi, altre bocche, altre orecchie
Mucche che volano mongolfiere che esplodono
Le mongolfiere non esplodono
Le mie sì, non è ossigeno, non è elio, non è idrogeno, sono palline rosse ed azzurre in un CaD che si assemblano girando è tardi macchina gelata accensione riscaldamento
venerdì pomeriggio
Avvio l'auto auricolare per il cellulare autoradio sigarette occhiali da sole guanti sul volante.
Persone lungo il marciapiede ma non le vedo mentre camminano.
Macchine lente da superare in seguito a una velocità minima oltre almeno 40 km/h rispetto a quella consentita mentre accendo la sigaretta e apro il finestrino con un uomo che mi fissa dallo specchietto retrovisore davanti a me e frenare quando serve spesso bestemmiare contro chi va lento con il sole che picchia in faccia solo da una curva specifica ed entra nell'abitacolo che pare una discarica col caldo amplificato dai vetri e i rumori che non filtrano all'interno perché la musica è a volume altissimo e la canzone dura circa dieci minuti e quarantasei secondi da ascoltare quattro volte e mezza prima di parcheggiare e riporre auricolare e autoradio per poi indossare il giubbotto prendendo la borsa del computer portatile e le sigarette e l'accendino infine chiudere la portiera e avviarmi a piedi.
Le macchine non mi vedranno mentre camminerò lungo il marciapiede.
Parcheggiò in una strada trafficata vicino allo stadio, case alte lette anni prima: cercò il ponte attraversato da Paolo quando egli vide la schiena di Sena oltre il fiume, pioveva quel giorno, mentre quel giorno il sole picchiava e scaldava.
Appoggiò un momento la fronte al volante, il naso inspirava idrocarburi simil pelle.
Quando sentì che il sangue non raggiungeva più il cuoio capelluto si staccò: si sfregò le mani in un gesto inusuale per lui e aprì la portiera, scese dall'auto ed invece che nell'asfalto affondò nella sabbia, il mare si stagliava verso lui.
Allargò la bocca in un sorriso meravigliato senza domande logiche e mosse passi veloci verso la battigia.
Mentre camminava la sabbia cuoceva e il silicio si cristallizzava, tutto divenne blu e bianco e nero, l'acqua si desalinizzò e si ghiacciò in un immenso pack.
La vide sulla lastra, un folletto rosso, la sua immagine riflessa come un' aurora boreale.
Corse verso lei senza far caso alla frenata stridente, la raggiunse mentre il furgone tranciava il suo corpo facendolo volare, le prese le mani felice mentre si spezzava in mezzo alla corsia, l'immagine di lei rimase nelle sue pupille mentre le palpebre non poterono mai più chiudersi.
Torno a casa per cena, prima di morire.
sugo al tonno
Marie toglie il pane dal frezeer e lo poggia sul termosifone.
Marie prepara per la cena meccanica e ascolta le scarpe di Marco rimbombare nelle scale.
Marie si gira verso il freezer e toglie i due panini e li poggia sul termosifone Marie sbuccia e affetta una cipolla e si asciuga le mani nello strofinaccio prima di prendere l'olio Marie sente la chiave girare nella toppa e si gira verso l'uscio che si ingrossa
Marie dice contro il suo collo preparo il sugo raccontami cosa hai fatto oggi
Marie corre nell'odore di bruciato della cucina staccata dalla pelle di lui per abbassare la fiamma e gli offre la scelta tra sugo alle verdure oppure al tonno ma non sente rispondere e decide da sola mentre il pane scongela lento e lo stereo all'improvviso batte le pareti coi bassi e il suo culo per cinque minuti diventa quello di una cubista che sgocciola l'olio disgustoso del tonno nel lavandino.
ospiti per cena
All'improvviso si gira e con faccia da ramarro gli chiede: tu non hai fame?
Marco rimane fermo una frazione e lei ne approfitta per correre allo stereo e cambiare la musica.
dovremmo pulire, fiori freschi, sistemare le lenzuola, raddrizzare il quadro dei gozzi ormaggiati, tu dovresti aprire il soave per lasciarlo respirare, dovremmo,
Marco la stringe cingendola da dietro ed inizia a muovere il bacino, seguendo il ritmo
dovremmo preparare tartine e salatini, e spolverare i bicchieri, e mettere salviette fragranti in bagno
Piega le ginocchia abbassandosi e risalendo, affondando la bocca nei suoi capelli e leccandole la nuca
cambiarci d'abito, toglierci jeans e tuta, sono agitata, sono agitata
Le mani sotto i seni, le dita nelle costole
agitata, agitata
danzo
venerdì notte
La stanza era un ciclone smorzato: pezzi di chassises, tastiere, un paio di mouse brancicanti un loro posto sul tavolo antico.
Marie senza volerlo osservò il contrasto dato da quegli oggetti moderni su una superficie creata nel tardo '800 restaurata con tanto amore.
Estraniò gli occhi dal volto di Marco e iniziò a perdersi nella soffitta dove sua madre aveva scovato quello sciocco tavolo, con tre cassetti e il foro per il mattarello come un tunnel dove giocare a nascondere piccoli tesori.
Era nel granaio di un cascinale a Nizza, sai? Era rosa, un rosa non confetto e neppure antico e neanche pesca o fucsia o qualunque rosa definibile. Era solo rosa. Ho contato sei mani di biacca sopra uno strato di minio, come usava una volta. Mi piace pensare che ogni passata di colore corrisponda a circa trenta anni di vita del tavolo. Sempre rosa. Più arancione, più rosso, non era sempre uguale, ma sei volte rosa.
Mi stai dicendo che ti sto scivolando dentro sopra l'unico tavolo gay del Monferrato?
sabato mattina
Marie stesa assieme al giornale legge sul tappeto vicino al gatto che dorme, respirando piano; ogni tanto si ricorda di avere le gambe anchilosate e abbozza un cambiamento di posizione.
Marco è in cucina. Apre il frigo e storcendo il naso di fronte al vuoto sotto la lampadina prende l’acqua tonica.
Beve a canna e il gas gli gira tra i denti mentre richiude la bottiglia.
Guarda Marie e prova a dirle ti amo.
Prima la pensa e la frase rimbomba tra le orecchie.
Poi la biascica.
Ti amo, sussurra al lavandino aprendo il rubinetto per coprire il rumore della voce.
Tiamotiamo, tì amo, ti amò, tì amò. Chiude l’acqua e riapre il frigorifero: riprende la bottiglia di tonica, nuova sorsata, profonda.
Nell’attimo di deglutizione guarda verso il tappeto coperto di giornale, gatto e donna e urla forte ti amo ma la voce si mischia ad un rutto.
Marie alza la testa e gli sorride un po' schifata.
neige
Ascolta le vibrazioni degli spazzaneve salire dalla strada e farle il solletico lungo il corpo.
Fai una foto alla neve che cade, chiede con la voce influenzata a Marco che ha la fronte appoggiata al vetro della finestra ad assorbire il grigio della luce.
Non ne ho voglia, le risponde lui: se la fotografassi potrebbe venir mangiata dal Mago dei Pixel e noi rimarremmo senza.
Marie sorride e prova a risprofondare nel sonno, pensando senza motivo che da quando vive in Italia nessuno la chiama col suo vero nome.
E' così brutto il mio nome, che nessuno lo pronuncia mai per intero?
No, amore: è che storcevi il naso se non pronunciavamo bene, così abbiamo eliminato la prima parte.
Tutti, Marco, anche tu?
No, Anne-Marie, io no. Io il francese lo parlo molto bene. Hai fame?
Non so. Questo raffreddore mi azzera tutto.
Se vuoi qualcosa te lo scaldo. Vorrei filmare ogni tua azione per riviverla su uno schermo.
Sarebbe bello, Marco.
Non lo trovi freddo? Non pensi che sia una subliminazione?
Sono troppo raffreddata per poter raggiungere questo tuo livello di sega mentale.
Non pensi mai che potrebbe finire?
Cosa, Marco, il nostro amore?
No, la neve.
Marco stacca la fronte dal vetro e si gira a guardarla, il sedere appoggiato al termosifone.
Incrocia le braccia e mentre sente un prurito solleticargli la gola considera che gli ha attaccato il raffreddore.
"Inevitabile" è l' ultima parola che pensa prima di starnutire.
croce
Che noia, commentò leggendo la rivista di computer, prona sul tappeto e dondolando i piedi in un arco, dal sedere a terra, a ritmo.
Che dice? le chiese osservando le sue caviglie nei calzettoni di spugna che ballavano e bevendo il succo d'ananas dal cartone.
Nulla di che, rispose lei, sfogliando le pagine distratta e giocherellando con il ciondolo al collo.
Potremmo andare al cinema, stasera, propose lui posando il succo e avvicinandosi a lei.
Beh, è un' idea, gli rispose assonnata e girandosi supina per distendersi a mo' di croce.
Oppure rimanere qui sul tappeto, se ci va, replicò lui distendendosi sul suo corpo per ricoprire ogni centimetro di pelle con la propria.
Vieni ancora più vicino a me, gli sussurrò piano nell'orecchio sinistro.
La tua mano attorno al mio collo, stringi, forte.
La scorsa notte guardavo fuori dalla finestra in attesa della nevicata ma vedevo solo grigio diventare nero che esplodeva in fiocchi luminosi come cicale ma non è estate col sudore ed i vestiti leggeri che se soffia dell'aria senti fresco sulla pelle è inverno e l'unica porzione di carne libera è il collo dove tu stringi con la mano.
Marie, vieni qui.
Vieni a giocare nella neve.
Non preoccuparti di nulla.
Vieni a sentire il silenzio.
sabato tarda serata
Uscendo dal cinema col sacchetto di caramelle Marie lascia una scia di cartacce lungo il marciapiede, in diagonale, quelle carte che crocchiano e infastidiscono durante il film-
-ma perché butti a terra? E' incivile! Marie, non siamo in Francia!
Lei lascia una scia per poter ritrovare il sentiero che li riporterà dentro la sala ovattata a riguardare ancora le immagini che scorrevano in sequenza una dietro l'altra continue-
-ché non l'ho visto perché ti baciavo, ne ho persi tre terzi, pensi che dovremo rifare il biglietto?
Palazzo Rosso
Ti porto fuori da questo alloggio che è pregno di noi ci potrebbero respirare nelle tende e nei cuscini e vederci gocciolare come condensa sui vetri corro per le scale tirando il tuo braccio fino a staccarlo e farti inciampare nei gradini sento il tuo fiato che si affanna a ridere fuori verso l'auto frenetici cerchiamo le chiavi aprire guido io per viali con lo smog che si infila tra gli alberi e mi giro ai semafori a guardarti cantare come una rockstar omosessuale -hai anche sfilato dalle asole i primi bottoni della camicia bianca- urlo anche io mentre trovo un parcheggio e ci scaraventiamo verso le stradine del centro così eleganti ed anziane e le facciate ci guardano con sorriso bonario affannarci verso il portone
La stanza si trova al primo piano, dopo aver percorso un'ampia scalinata ed un lungo corridoio, i passi che affondano nella passatoia di velluto bouclé liso.
La porta laccata bianca è socchiusa, la custode deve aver sentito un relée mentale scattare mentre arretrava per correre al telefono a chiamare aiuto.
Suppongo, ancora, prima di avere le prime immagini.
Sadicamente sono i momenti che amo di più nel mio mestiere: quelli della scommessa, dell'indovino, del basarmi su pochi elementi che senza una telefonata in centrale non darebbero adito a nulla di grave.
Una porta socchiusa dopo urla strazianti ha una sua storia, perde l'anonimato della distrazione.
Sono sul letto, questo lo so già, ed il lenzuolo è ormai marrone: metamorfosi chimiche han tolto la nobiltà porpora e viva per lasciare posto alla tristezza.
Lui avrà il coltello scivolato dalle mani, lei rannicchiata contro il suo fianco, la testa contro lo sterno.
Gli occhi saranno spalancati in una ribellione contro le cose belle che si son resi conto all'ultimo di star perdendo, dimentichi che fino a poco prima le cose brutte offuscavano ogni piacere.
Troverò anche qualche droga, o forte medicinale, almeno per lei, perché sentisse meno dolore.
Penso, credo.
Ho visto i documenti, giù alla concierge: ironicamente li conoscevo da anni.
Da anni lei mi chiedeva, quando raramente riusciva a strapparmi qualche parola sulle mie indagini, di che colore fosse il sangue.
Non il sangue di una ferita sciocca, ma il lago di un delitto, la marea entropica di un suicidio.
Non sapevo mai risponderle e lei ogni volta diceva: è come la facciata di Palazzo Rosso, mattone rossaceo tendente all'ocra, con una cupa persistenza ossidante.
Le dicevo imbarazzato che non ero mai stato a Genova e lei mi strappava l'ultima parola: un giorno ti mostrerò quel tipo di rosso.
essere un gioco delle parti scoprire credendo di scoprire non scoprendo un bel nulla
tch tch tch, micio... Marco, amore tch tch tch
costruire castelli di sabbia su una spiaggia del Messico
tch tch dormi, è solo un brutto sogno, Marco
che so, comperare un albergo
tch tch sei l' unica persona che riesca a dire frasi perfette mentre dorme
eh? sono l'ispettore Derrik, lei è in arresto
e che risponde, pure.
Palazzo Bianco
Non ama dormire con il buio totale: le rimane addosso umida la sensazione che gli occhi vedano per sempre ciò che non esiste più.
Così gli scuri restano aperti, luce che ricorda.
Marco sa che la notte è il momento peggiore.
Ogni tanto si gira verso di lei e la sfiora per dirle che c'è lui a proteggerla.
quando tento di addormentarmi provo questa sensazione di scivolamento
con le gambe che scendono gradini
i tendini scattano furibondi
e
mani e piedi e collo si inarcano verso/contro un muro di lenzuola
in teoria so molto bene
che la mia posizione orizzontale/fetale/rannicchiata/testa poggiata sul cuscino
impediscono agli assassini di tagliare
ma il gradino io lo scendo ugualmente
e casco oh, se casco
e la fronte vola giù verso il freddo
so bene di star dormendo
le pupille ruotano frenetiche
sto dormendo lo so
e quei maledetti tendini continuano nello spasmo
facciamo così:
io crollo poiché è necessario che io cada
tu poi raccoglimi
domenica mattina
Scoperchiò il letto tirando con forza il piumone: sfoderare i cuscini, via lenzuola, un fazzoletto appallottolato pronto a cadere in terra.
Salì in ginocchio sul materasso ad una piazza e mezza, si stese di traverso, prona.
Col seno, le spalle e la faccia riconosceva la propria forma scavata nel tessuto, nelle molle; le gambe ed il bacino, invece, affondavano in pendenze non sue.
Girò il viso verso la pediera e rimase ferma a guardare le venature del legno, la bocca leggermente aperta, un filo di saliva che tentava di bagnare il materasso.
Raccolse le braccia sotto il petto piegando i gomiti, strinse le mani a pugno.
Attraverso l'armadio a muro sentiva i rumori in cucina: l'armadietto delle tazze aperto e poi richiuso, il bricco del caffè, frigorifero aperto per prendere il pane dolce e la marmellata.
Cassetto che scorre, coltello, cucchiaino.
La zuccheriera dalla mensola, una sedia spostata.
Marie girò il viso verso la testiera e iniziò a creare televisori sul pannello di noce levigato nei primi anni dell'800 nel sud del Piemonte.
Una giovane sposa che si alzava ogni mattina all'alba, magari era bassa come lei e faceva fatica a salire sul pagliericcio.
Oppure era malata di tisi e i suoi bacilli facevano ancora le corse lungo gli intagli.
Allungò un braccio ormai intorpidito verso il comodino e spense l' abat-jour nello stesso momento in cui Marco entrava in camera con il vassoio della colazione.
Lo sentì inciampare nella montagna di lenzuola e piumone ammassati in terra, sentì il caffè bagnare l'aria intorno a loro.
La porcellana che rimbalzava sulle piastrelle sigillò il momento.
Marie chiuse gli occhi e si addormentò, Marco tornò silenzioso in cucina a prendere una spugna e dello scottex.
conversazione
Era solo una questione di aggregazione, di affiliazione, di segreti e di codici, di regole e di status sapere chi sei e conoscere i tuoi compagni sarebbero poi venuti tempi bui e sangue e gambe tagliate
E' amorale, però era Maggio, d'accordo non erano rose ma spine ma è amorale
Avremmo rapinati banche ed uffici postali ci saremmo ritrovati in appartamenti vuoti ed insonorizzati
Comprendi che a mia madre non potrei mai dire una cosa del genere
I cordoni ombelicali sarebbero stati recisi documenti su documenti e ricordarsi che nome adottare tal giorno gli occhi che brillavano di luce segretissima
E mia zia! Mi avrebbe diseredato!
Era la causa: avremmo avuto uno scopo saremmo stati i Robin Hood dalla zampa di elefante
Meno male che ora ti limiti a divorare i libri che ne parlano
Volevo essere un nome che rovesciava; tu cosa avresti voluto fare, invece?
Io volevo suonare con l'arpa la sigla de L'Almanacco del Giorno Dopo
domenica pomeriggio
La guardava quasi divertito iniziare un mucchio di lavori tutti assieme.
La vide accendere la lavatrice e correre a spulciare vecchie bollette nella scatola.
La sentì sciacquare qualche piatto e metterlo nella lavastoviglie, tavoletta di sapone e far partire il programma a settanta gradi.
Andare a cercare un maglione nell'armadio perché la temperatura s'era abbassata.
Marco tentava di leggere ma lei volteggiava talmente che era impossibile mantenere l'attenzione fissa sulla pagina.
I rumori nella stanza indicavano che stava approntando l'asse da stiro e con la coda dell'occhio la sbirciò mettere l'acqua distillata nella caldaia del ferro.
Mentre questo si scaldava la vide correre nello studio ad accendere il computer borbottando qualcosa a proposito di e-mail a cui rispondere.
Marco si alzò e andò alla cassettiera in cui tenevano le candele.
Ne prese una, tese l'orecchio per sentire il motorino del pc avviarsi e la accese nello stesso istante in cui il contatore della luce saltava.
domenica sera
Vedeva Marie ridere durante la preparazione di sacchetti di verdura congelata: mono, bi-porzioni, vaschetta grande per eventuali ospiti.
Spiava i gesti abbastanza veloci ed automatici, mentre leggeva sdraiato sul divano, in mano strani occhiali da sole argentati trovati per terra vicino all'automobile venerdì sera, chissà chi li aveva persi, se li stava ancora cercando.
Faceva roteare la stanghetta tra le dita, come un lazo, e la luce dalla finestra si buttava ritmicamente sulle lenti sputando lampi ovunque.
Marie veniva colpita dal raggio mortale con una frequenza random, ma resuscitava abbastanza velocemente per poter imbustare un nuovo lotto di fagiolini.
Il giornale che sfogliava era svogliato, fumetti che non necessitavano di lettering; lo posò al suono del campanello.
Luisa che faceva una visita lampo, gli occhi pieni di lacrime trattenute, l’ennesimo litigio con suo marito, solidarietà femminile da cercare.
Marco si sentì in colpa senza motivo, la naturalezza della sua vita lo assediò un istante.
Andò ad espiare nello studio, mettere a posto i foglietti di appunti che seppellivano la scrivania era abbastanza simile ad un ergastolo.
Fece fare un paio di giri agli occhiali, ma il raggio della morte ormai era esaurito.
domenica notte
E' tanto in crisi, Luisa?
Sì.
E?
E niente. Non ti manca il tuo vecchio lavoro?
No. Non più di tanto. Sono felice, qui. Tu?
Anche io.
lunedì mattina
Non è più buio, fuori.
Neanche luminoso, ancora venti minuti circa.
La temperatura esterna si aggira sui due gradi.
E' nuvolo, il cielo non invoglia ad uscire di casa saltellando.
Doccia, vestirsi, trucco, scarpe, chiudere la porta, mettersi in viaggio.
Scegliere la musica da ascoltare ed allontanarsene.
Una leggera noia, una leggera appiccicosa estraneità.