1982, 1

La fiat 128 viene verso di noi veloce, ci investe mentre aspettiamo il sedici alla pensilina di corso Tassoni, davanti al chiosco all'angolo tra il liceo Cavour e l'Isef. Volando, vedo la facciata delle magistrali dall'altro lato della piazza. Ho diciassette anni, faccio la quinta ginnasio, sono intelligente, vado bene a scuola e atterrando sull'asfalto schianto la schiena sul cordolo e perdo l'uso delle gambe.

1982, 2

In corso Regina Margherita, a centoquindici all’ora, supero come ridere la 128 con il guidatore col cappello. La vedo esplodere e sbalzare, all’altezza di corso Tassoni, dallo specchietto retrovisore.
L’auto carambola verso il marciapiede, una trottola contro la fermata del tram: chi è in attesa alla pensilina spalanca gli occhi, trattiene il respiro mentre il proiettile con quattro ruote sta per colpirle.

Metto la freccia a sinistra e giro in direzione centro.

Su La Stampa, il giorno dopo, Dodici Luglio Millenovecentottantadue, la notizia finisce in mezzo ai titoli di campioni del mondo di calcio: morto il conducente, ferite gravemente quattro persone.

----

Io ho una vita incanalata.
Compro un soggiorno ikea, prendendo le misure, al centimetro, che nulla sfori, che niente sbielli.
L'importante, ovvio, è che le scatole della tinta per capelli non si smuovano dal bagno.
Sono assicuratore, guadagno milletrentocinquanta euro al mese, festività comandate escluse. Ho la tredicesima, non la quattordicesima. Pago di affitto quattrocentoquaranta euro, senza spese condominiali e di riscaldamento centralizzato. Il lavoro l'ho trovato grazie alle liste protette e la quota disabili che le grandi aziende sono costrette ad assumere.

Così, vado al lavoro, scendo dalla carrozzella e salgo in carrozza

[suscettibile di aggiornamenti e variazioni]

[...] e varie vicissitudini, in questi ultimi anni, che mi hanno portato più volte a considerare il perché, il percome, a farmi domande senza avere risposte, un atto di masturbazione unico e continuo senza mai arrivare alla fine naturale e logica.

Sono felice di risentirti, dopo così tanto tempo: provo a pensare a quanto ci hai speso a rintracciarmi, quando ho lasciato il Cavour abitavo ancora in centro a Torino. Però spesso ci ripenso a quegli anni, anzi, a quell'anno, quando F.C. mise incinta la sua ragazza e il gruppo di CL ne fece una bandiera di progresso, poteva abortire, invece no, i due han riparato ai loro torti con un matrimonio, adesso il bambino avrà almeno vent'anni e chissà se è stata una famiglia felice.

Io felice non lo sono, forse mi manca il supporto di qualcosa, qualcosa che ho cercato nell'alcool, nelle scopate in giro. Carne da letto non me ne è mai mancata, ho la parlantina sciolta e un bel fisico, anche adesso a trentasei anni faccio la mia bella figura. E non ho mai avuto bisogno di aiuti dal cielo, di conforti, di filosofia tradotta in canti domenicali imbarazzanti.

In chiesa ci andavo da bambino, una chiesa dietro i Poveri Vecchi, il messale era bello da morire, mi piaceva, bianco e con una riproduzione della Madonna che ora a ripensarci sembrava fatta da Klee e comunque la ritualità, il sabato sera alle diciotto puntuali, io e mia nonna, le mani giunte, la caramella alla fine perché ero stato bravo. Poi son venuti gli anni della ribellione, della contestazione, ho fatto la comunione studiando fuori dall'aula perché don Brizio sbatteva fuori me e Felicita, i nostri genitori erano divorziati e quindi noi peccatori. Non ti ho mai raccontato che mio fratello dovette essere battezzato giù in Langa, dove affittavamo una cascina, perché nessuno voleva dargli i sacramenti, era nato fuori dal matrimonio.

Il matrimonio, che stronzata, un documento firmato in cambio di una scenografia, quando mi invitano io passo il tempo della cerimonia fuori, a guardare l'architettura della chiesa, della canonica, di solito entro in un'edicola e compro riviste spesse e piene di pubblicità. Fumo più del necessario, di solito, e cammino in circolo con le mani in tasca in attesa che finiscano la pagliacciata là dentro, tutto un apparato messo in piedi per far vedere vestito, fiori e cose così. Il prete di solito, quelli che sposa, li rivede per la lunga in una cassa anni e anni dopo. È insultante, tutto questo, dovrebbero proibirlo, è insultante per chi ci crede, insultante per chi ci vive. Io ho la coscienza a posto: non entro neanche, in navata, se proprio devo sto in fondo, al buio, lontano, specie al segno di pace. Non ho capito perché io debba far pace con te: non ti conosco e c'è sempre la possibilità che domani tu mi investa con la macchina e mi renda storpio e tanta pace in quel caso non l'avrò, anzi.

[...]ho conosciuto un missionario in pensione, per caso, ad una mostra fotografica sui preti operai e don Luisito Bianchi. Vado a trovarlo spesso, dopo il lavoro. Mi destabilizza: ridacchia ai proclami di castità del Pastore Tedesco -lo chiama così, giuro-, gli urla, al televisore, di andarci, in Africa, a vederli scopare come conigli e poi portarti il cadavere del più piccolo, gonfio come un pallone e la madre con l'aids, gli dice di smettere di parlare per fini linguisti e mettersi un paio di braghe e andare in mezzo allo schifo, alla morte, alla sera tardi quando chiudi gli occhi e ti chiedi perché, perché di tutto questo, perché la logica non prevalga sui bei proclami.

Lo guardo, mi stranisce, lo ascolto: mi racconta delle bambine che da un giorno all'altro non vanno più a scuola, vendute dalle loro famiglie. Poche sopravvivono, almeno di mente.

Mi racconta di Roma, mi indica il lettore cd e già lo so, vuole ascoltare le canzoni napoletane, per risentire il suo dialetto e quando chiude gli occhi credo pensi che lo schifo non è solo a Singapore oppure in Amazzonia, è anche qui, dove la pietas è sostituita dalla pecunia, dove se sbagli sei un uomo da giustificare e non da istruire. Lui parla e io lo ascolto mentre il suo linguaggio mischia latino, inglese, francese, arranco nel seguirlo, passa dal dannare i troppi concetti e il poco lavorare a gestazioni di filosofie, mi chiede risposte, non so dargliele, lui parla, io lo ascolto. Lo ascolto mentre piange per il rifiuto verso chi ha sofferto e ha chiesto di non soffrire, e l'accettazione per chi ha fatto soffrire e non ha mai chiesto di smettere di dare dolore.

Poi arriva il suo vicino di stanza, novantenne, che dissente di filosofia, di libri, gli cambia il cd, mette canti sacri, ma non gospel o gregoriani, no, mette canzonette dei raduni e racconta dei ragazzi che lo seguono nelle varie Giornate. Mi sembra pazzo, invasato, e più di lui l'orda di ragazzini a fare la ola per ogni frase ad effetto che viene pronunciata durante questi raduni.

Mi sento razzista. Mi sembrano cretini. Prendo e me ne vado, torno a casa, alle mie faccende.

[...]mi hai fatto venire in mente tutto questo, con il tuo invito. Non so perché tu voglia prendere i voti definitivamente. E perché mi voglia alla tua festa. Sarei di imbarazzo, troppe volte la comunità della pecorella smarrita mi ha chiuso fuori dall'ovile. Non mi chiamo più Anna, sono pronti i documenti per diventare Marco. La mia compagna ha detto che non verrà, non vuole più sopportare le risatine e le occhiate. Forse neanche io. Ma il missionario che ho conosciuto e che vado a trovare spesso, dopo il lavoro, mi ha consigliato di non rinunciare a questa occasione. Ha detto che il dogma dell'infallibilità è come un preservativo: a volte si buca.

Io riesco solo a pensare, a chiedermi: ma proprio oggi?
Il proprio oggi è per la pioggia, il freddo e il piumone abbandonato di fretta quando la sveglia ha suonato per la quarta volta.
Non ho mai amato particolarmente la montagna, i sentieri, le foglie secche sul terreno che sotto ci posson stare animali strani. Ma Cecco procede spedito, devo stargli dietro, non posso tornare giù e rinunciare.

L'altro ieri è caduto il governo. Pochi minuti dopo la votazione al Senato mi è arrivata la telefonata: domani notte si va. Poi un'altra: rimandiamo al giorno dopo, domani mattina devo portare la macchina per la revisione. Ho seguito tutti i telegiornali possibili, sul divano, la bottiglia di coca cola per bere. Il cellulare era zitto, neanche un sms. Mia madre mi ha chiamato per la cena, ho fatto fatica ad alzarmi, non avevo fame. Mio padre era euforico, finalmente se ne vanno a casa, da domani si torna con le persone giuste. Ho provato a spiegargli concetti tipo: salire al quirinale, rimettere mandato, accettare dimissioni, governo balneare, larga intesa. Niente da fare, continuava a mangiare e parlare assieme, a gesticolare, a farmi una testa così su chi sarebbe stato il nuovo premier. Non riuscivo neanche più a guardarlo, facevo a occhi chiusi il sentiero su per andare al Musinè.

Cecco si ferma, si gira una sigaretta, è molto silenzioso. Aspetto dietro a lui, mi accendo una delle mie: sento il suo sguardo di disapprovazione, non gli va a genio che io fumi sigarette americane, come non approva il litro e mezzo di coca cola che mi bevo ogni giorno, che ogni tanto (spesso, a dir la verità, anzi, quasi sempre) io guardi le tv del nemico, che mi metta scarpe da ginnastica di marca imperialista e dà di testa quando faccio gli aggiornamenti di windows. Lui usa un sistema operativo sviluppato da una cooperativa di Gioia Tauro. Che non funziona tanto bene, secondo me.

Il Musinè è una montagna a pochi chilometri da Torino, piuttosto famosa perché si dice ci siano gli ufo. Oppure gli spiriti, insomma, cose inspiegabili e paranormali. Io non ci credo granché, in fondo anche su Focus di qualche anno fa in un articolo spiegavano che è colpa delle rocce se le bussole impazziscono: sembra che ci sia un mucchio di materiale magnetico, come si dice, e questo magnetismo sbiella tutto. Ma la gente di qui dice che ci siano gli spiriti, e gli ufo, e se da una parte molti se ne tengono alla larga altrettanti son sempre qui con cannocchiali e a far falò tipo mago Merlino.
Quando il direttivo ha scelto il Musinè io ho provato a dire che non era una buona idea: troppi curiosi, troppi esploratori che sarebbero arrivati alla casamatta. Ma il capo cellula, Gustavo, è un appassionato di Rol, il famoso mago torinese morto qualche anno fa, e non ha voluto sentir ragioni. A proposito, il mio nome in codice è Vittorio. Da Vittoria, che tradotto in greco è naiki, come le mie scarpe da ginnastica.

Io e Cecco spegnamo i mozziconi e li mettiamo in tasca, per non lasciare tracce. È ancora notte, mancano due ore all'alba. Siamo nel buio con il sentiero a memoria, le stelle in alto ci fanno da torcia. Riprendiamo la salita e dopo aver camminato ancora quaranta minuti arriviamo al nascondiglio. La casamatta è un piccolo avamposto ancora della prima guerra mondiale, è una stanza con degli infernotti. Lo abbiamo scelto soprattutto perché il tetto è ancora intero e non si corre il rischio che pioggia o neve ci entrino. Ogni tanto troviamo tracce di animali e una volta anche una volpe morta, ma non possiamo mettere porte o chiudere le finestrelle, i contadini se ne accorgerebbero subito. In più il pavimento è a battuto leggero: basta scavare, nascondere le armi, ricoprire, pigiare bene con un ramo piatto che ho trovato io fuori dal casotto e sembra che niente sia stato fatto.  Le armi le nascondiamo man mano come ho letto io sul libro della vita di Franceschini: una scatola di latta imbevuta di petrolio, e via. Non ho trovato meglio che una vecchia scatola di olio per camion, di resina, da 10 litri: né troppo piccola, né troppo grande e resistente alla ruggine. Il problema è solo mia madre, che non fuma e allora ha un naso fine e sente subito che ho addosso un odore strano. Dopo due volte che mi ha rotto le palle, sei un comunista fannullone trovati un lavoro, cazzo c'entra poi come frase, le ho detto che aiuto un meccanico di Avigliana e così non mi chiede più come mai io puzzi di gasolio ogni volta che salgo su al nascondiglio a portare nuove armi.

Cecco entra nel casotto, io aspetto un momento fuori: sono stanco, odio camminare in montagna. Odio salirci, odio scendere, odio questo posto troppo silenzioso. Quando sono qui ci credo anche un po' che 'sto posto è stregato e che i marziani ci atterrano. Gioco col mio zippo che ho in tasca, lo tiro fuori, mi casca dalla mano. Fa una caduta strana: come se qualcosa lo trascinasse giù. Lo raccatto e ho quasi la sensazione di non riuscire a staccarlo da terra. Sento Cecco parlare, lo raggiungo.

Sta bestemmiando: c'è un capriolo morto. Deve essere schiattato da poche ore, al massimo il giorno prima: ha una rosa di proiettili intorno al costato destro. Il cacciatore non è stato un genio. I caprioli vanno abbattuti subito sennò scappano e non li trovi più, come ha fatto questo. Trascino la carcassa verso l'ingresso, mentre Cecco inizia a scavare col ramo, intanto mi dice del governo cascato, di come sia ora di prendere in mano la situazione. La torcia, a terra, si spegne all'improvviso. La agito, accendo, niente, è morta.

Non è più tempo di lasciare in mano il paese a questa gentaglia, compagno Vittorio, la destra avanza (mettiamola in frigo, penso io) e l'ora delle armi è giunta, basta parole, basta umiliazioni. Il compagno Ernesto, in sezione, ha un bel dire dialogo dialogo dialogo (il compagno Ernesto si fa troppi cicchetti, aggiungo in silenzio), basta parlare, è ora di agire! Scenderemo a Rivoli, armi in pugno e inizierà la rivolta! Rivoli, poi Torino e arriveremo a Roma e tutti sapranno, tutti tremeranno, tutti capiranno (a Roma come ci arriviamo? Con l'intercity? hanno anche aumentato il biglietto) e se non vorranno capire sarà il braccio armato a farglielo entrare in testa, una buona volta!

Cecco scava al buio mentre parla, sento il legno che cozza contro la cassetta. Lo vedo infilare le braccia nella buca e sollevare. Non solleva niente. Tira più forte, nulla. Mi avvicino, Cecco si sforza, provo ad aiutarlo. Niente. La cassetta di plastica (resina? io sapevo che la plastica si scioglie, col petrolio. ma se ci mettono l'olio per motori sarà di una resina speciale, mica son scemi, i petrolieri) è incollata al terrapieno. Tiriamo, tiriamo, la cassetta resta lì. La apro, inficco le mani a prendere le skorpio avvolte negli stracci pieni di petrolio, stanno appiccicate al fondo. Cecco mi guarda stravolto dallo sforzo e dal non capire, io ripenso al mio zippo che faceva fatica ad essere raccolto, prima.

Ci sediamo rossi in faccia: è come se avessimo cercato di sollevare una putrella pesante trecento chili senza usare un paranco. Uno sguardo e ci lanciamo carponi sulla buca, riproviamo a tirare su quelle cazzo di mitragliette, neanche le scatole delle munizioni si smuovono di un centimetro. Cecco fa un grido, si è sentito strappare la schiena, ci risediamo respirando pesante. Ci riprovo io: è tutto incollato al terreno.

Cecco si gira una sigaretta, io prendo lo zippo, lo accendo e la fiamma mi avvolge la mano: faccio cascare l'accendino mentre la puzza di peli strinati riempie la casamatta e si aggiunge all'odore di cadavere del capriolo. Mi viene da vomitare e neanche faccio finta di recuperarlo, so per certo che è appiccicato a terra.

Passa mezz'ora. Cecco mormora Roma, colpirli, rivoluzione, Berlusconi, figuradimerda, potere al popolo. Con un piede faccio cadere un po' di terriccio nella buca. Lui si alza, curvo, la schiena s'è strappata davvero, mi sa, chiude la cassetta, la ricopre a manate. Quando ha finito io rifaccio il battuto col pezzo di legno.

Mi guarda, Cecco, piegato come un vecchio e con le mani sulla schiena. Dico solo okay. Non mi riprende come al solito per la parola americana: mi aiuta quel che può a caricarmi in spalla il capriolo e mentre scendiamo a valle mi dice di un suo amico macellaio che ce lo può pulire e frollare senza fare troppe domande.

#2

Avevo una simil-fidanzata che dopo solo una volta che venne qui a casa mia mi scrisse una lunga lettera descrivendomi come avrebbe ristrutturato il mio appartamento.

Faccio scendere la tapparella sul tuo sorriso

Serro finestre, spengo la luce, esco di casa, la chiave blinda l'ingresso.

Esco per andare al lavoro.

#1

Guardo fuori dalla finestra del cucinino.
Stanno falciando il prato condominiale: le margherite selvatiche scompaiono mentre asciugo la caffettiera.
Riempo d'acqua, di caffè, metto sul fuoco, guardo di nuovo fuori. C'è un cartellone pubblicitario enorme.
Il tuo sorriso è sfalsato dai teli di carta attaccati con poca precisione.
Mi guardi tutti i giorni, attraverso i miei vetri. Mi vedi in cucinino prepararmi il cibo. In camera da letto vestirmi e spogliarmi, dormire, seduto al computer. In soggiorno cercare le chiavi nel marasma sul tavolo.
Ci sei da parecchio tempo. Forse si son dimenticati di te, non si ricordano più di nasconderti sotto una merendina oppure un politico abbronzato e calvo.
Ti sorrido quando sento la moka borbottare. Vuoi un po' di caffè? No?

#32

C'è questa balena di marmo, son sicuro sia marmo, con la bocca aperta e i fanoni a mo' di sipario bianco, con dietro le quinte un mare a quadretti: su ogni quadro c'è una sigaretta che balla.
La sigaretta più vicina a me, che cammino lento sul palcoscenico, beve birra tracannando direttamente dalla bottiglia: mi offre un sorso, rifiuto con gentilezza scuotendo la testa.
Lei mi guarda stralunata, la sigaretta sul quadro dietro di lei inizia a sghignazzare, una terza ride apertamente, volgare.
I quadri si sollevano lasciando fili di acqua, mi sposto per non essere schizzato, inevitabilmente il mio piede manca il pavimento e inizio a cadere.
Cadere atterrando davanti ad una sveglia digitale.
Le chiedo chi abbia deciso che con il numero otto si possano ottenere tutte e dieci le cifre, lei mi dice di dormire, per cortesia, ché non è tempo di domande filosofiche.
Ha ragione, ne convengo, mi accuccio sotto la mia coperta di sudore e mi metto a russare tranquillo, con una leggera sensazione di mal di mare e nulla più.

#31

L' isolamento voluto fu rafforzato dalla caduta dalle scale, quella mattina.
Era venuta a mancare la corrente e non c'era ancora abbastanza chiarore perché l' alloggio fosse illuminato a sufficienza: aveva cominciato a scendere con circospezione al piano inferiore per
controllare il salvavita e a metà scala aveva mancato il gradino.
Risultato fu una dolorosa distorsione e un impacco gelato sulla caviglia sinistra.
Si addormentò sul divano con la busta del ghiaccio secco che si riscaldava e con la luce del giorno che si presentava.
Non troppa, in realtà: pioveva e dalle finestre entrava un luminare grigiastro.
Tant'è, dormiva, non che avesse importanza.
E la corrente non era stata ancora ripristinata.
E aveva lasciato lo sportello del freezer aperto.
E i gatti non avevano ancora mangiato; ma lui dormiva, faceva sogni, una serie brutta, una serie bella, una serie assurda, colla busta che lasciava gocce di acqua lungo il piede sempre più dolorante.
Sognò il microonde che implodeva, il timer che si scioglieva, il piatto di vetro speciale che tornava ad essere sabbia.
Sognò di leggere tutti i libri acquistati per abitudine, per le copertine graziose, mai letti.
Sognò Marie e i suoi capelli, la sognò che rideva e faceva le giravolte con le braccia spalancate come nei film.
Sognò che nevicava e una mela rossa in mezzo ad un prato imbiancato.

Viveva da solo da mesi, ormai. Abbandonato, scappato, fuggito: non si ricordava neanche più chi avesse lasciato chi.

Bruno è nato alle ore 22,32 mercoledì sera scorso. Mi hanno dato un camice verde, un cappellino ridicolo e delle soprascarpe, sempre verdi.
Non li ho indossati: ho chiesto se mi avrebbero fatto prendere i due simil ferri da stiro e urlare "scarica";
l' infermiera non ha sorriso mentre rispondeva "no", e per dispetto allora non ho messo le soprascarpe, non mi son lavato le braccia con detergente chimico e non ho assistito con una videocamera alla nascita di Bruno.
Sono sicuro, però, di aver visto volare una cicogna quando sono uscito sul terrazzino a fumare.

Ho conosciuto Anne due anni fa. Non ci siamo posti problemi o domande: abbiamo unito le nostre case, le nostre vite, i nostri servizi buoni dei piatti.
La sua famiglia è in Francia. La mia chissà dove, sepolta sotto un giardino da curare vicino a Torino.
La nostra qui, a Firenze. A fare i giovani del Rinascimento.
Solo pochi amici a chiederci quando ci saremmo sposati: a turno, io e Anne, rispondevamo "mah, chi lo sa" con un sorriso sornione.
I più audaci chiedevano se volessimo bambini. Il diniego che seguiva era netto, all' unisono.

Rinunciare a vacanze non programmate. Rinunciare ad andare al cinema all' ultimo spettacolo, all' improvviso. 
Non poter fare sesso sul tappeto alle tre del pomeriggio. 
Rinunciare a ore su un libro o attaccati al computer.
Rinunciare? Era un verbo che non rientrava nel nostro vocabolario, fino al giorno in cui Anne mi fece trovare gli esiti dell' esame: li lessi, immobile. Feci un sorriso ghiacciato.
Lei mi guardò terrorizzata. Le risposi chiedendole di non comprare una culla stile '800, non lo avrei sopportato. "Neanche io", mi rispose.

I mesi a seguire sono nostri, privati.
Lei era diversa, più piena, più bella, sempre meno mia.
Non mi apparteneva più mentre si scioglieva davanti a vetrine piene di tutine mignon e orsetti di pezza.
Io non le appartenevo più mentre su internet cercavo polizze assicurative per la famiglia.
La sua pancia era ogni giorno di più una luna, una splendida luna liscia, senza crateri, bianca, disegnata da un bambino. Tonda. Unica. Mia. Sua.

Un giorno mi telefonò mia sorella, dopo mesi di silenzio: "Sono incinta, Marco, sarai zio".
"Sarai zia, Sara, anche noi siamo incinti" risposi ridendo fino alle lacrime.
Anne-Marie ascoltava gongolante mentre si sparava una vaschetta di gelato alla meringa.
Mia sorella mi diede altre informazioni utili: niente marito, niente padre: i nostri genitori non sono molto propensi a vantarsi dei figli, con il vicinato.
Non si fecero vivi neanche quando fu il momento di correre in ospedale felici, terrorizzati, pieni di cognizioni su epidurale, parto dolce, ossitocina, calo del ferro, episiotomia; non eravamo informati del silenzio, però.
Non sapevamo quanto potesse essere silenziosa una sala parto, quanto potessero essere lenti dei dottori che si muovono veloci fino al parossismo per comprendere, fermare la morte intra partum.

Accendo la radio mentre ci ripenso. Anne passa le sue giornate col viso attaccato al vetro della finestra, assieme ai gatti. Tutti e tre fissano la strada fuori, seguono le automobili che passano, le persone che camminano. Osservano attenti chi va a buttare la spazzatura al bidone vicino alla fermata del tram.

Mi parla molto poco: quando apre la bocca la voce esce fuori gracchiante, disabituata a essere usata. 
Anche io parlo molto poco.
Prima le ho detto che ho cambiato il nome del beneficiario della polizza assicurativa: ho messo il nome di mio nipote, Bruno. 
Anne ha risposto a fatica che ho fatto la cosa giusta.

Lo trovò la donna delle pulizie tre giorni dopo.
Ai carabinieri chiamati in fretta e furia disse che subito le era parso dormire e che credeva che la puzza fosse dovuta al cibo scongelato e smangiato dagli animali.

 

#30

Lui era via da parecchi giorni, ormai. Un corso di aggiornamento.
Lei dapprima era stata eccitata da questa ritrovata libertà.
Aveva il tempo per progettare come dirgli le novità prossime. Tipo buttare giù un paio di muri e ricavare una camera da letto nuova.
Il loro rapporto era fuori dagli schemi della coppia, si consideravano uomini liberi.
Ma erano pur sempre una coppia.
Dopo il secondo giorno si aggirava annoiata per le stanze inseguendo i gatti. 
La sera del terzo decise di fare  un lungo bagno rilassante.
Versò mezza bottiglia di detergente, per ottenere una schiuma hollywoodiana.
Sistemò su un piccolo vassoio un bloody mary preparato con maestria; sigarette, un libro da recensire per la rivista a cui collaborava da anni.
Si spogliò veloce ed aprì l' armadietto di fianco allo specchio per prendere il profumo da versare nella vasca ormai ricolma.
Per prendere la boccetta spostò il deodorante in stick e notò un lungo capello di Marco agganciato al tappo. Lo sfilò. Si immerse nell' acqua bollente, si appoggiò il capello sullo sterno e iniziò a sorseggiare il succo di pomodoro.

Marie si accascia nell'angolo della stanza e arrotola una ciocca di capelli unti e sporchi da più giorni sul dito. Sente il pavimento spingere contro il suo sedere, solleva lo sguardo lungo le fughe delle piastrelle, segue una pista immaginaria. Ha il cellulare posato in terra, di fianco alle sue caviglie.

Bip. Messaggio.
Fuggi di continuo, brutta stronza.
Sono qui che attendo, che sto alle tue regole, sfuggi immediatamente appena puoi e mi lasci qua come un coglione.

Bip. Messaggio.
Chi credi di essere?

Cerca di ricordare quando gli abbia dato il suo numero di telefono contravvenendo ad ogni regola. Si chiede perché lei non possa essere una persona normale, come le donne che incontra a fare la spesa. Non sa neanche chi sia, l'aveva contattata lui sul messenger. Parole a cascata, come se la conoscesse da sempre, o da poco. Una distrazione per la noia quotidiana, un portatemi via di qui anche per pochi minuti. Poi ricordarsi di Marco, di cucinare, sistemare casa, ricordarsi che si è coppia.
Vorrebbe essere un agente segreto, per dare una motivazione plausibile alla sua evasività.

Bip. Messaggio.
Allora vaffanculo.

Bip. Messaggio.
Amore! Sono io! Ma ciao!

Compone il numero, attende di sentire la sua voce. Torni a casa, sì? Bene. Torni a casa. C'è una sorpresa.
Uh?
Smetto di fumare.

 

 

#29

Mio padre lo diceva spesso, sei noioso, Poi lo uccisi, e smise di dirmelo.
A volte scopo pagando. Le scelgo con cura e finisco per pagare le donne eccessivamente, se sommiamo il costo della prestazione al consumo di benzina dovuto a tutti i giri che faccio con l'auto durante il puttan tour.
Non ho amici, quasi nessuno. Vedo spesso una giovane coppia, Marco e Anna, li chiamo in quest'ordine, non Anna e Marco perché siamo sinceri, Lucio Dalla ha rotto i coglioni, lui e il suo zufolo.
Non sanno che ho ucciso mio padre. Anna forse sospetta che io vada a puttane, Marco ne è quasi certo, ma non importa.
Sono stato a cena da loro, stasera. Lei è incinta, credo, si curava la pancia dagli spigoli dei mobili, attenta a non urtarli. E Marco non lo sa ancora, perché non la tratta da invalida.
Lavoro con lui a Milano, ho accettato di trasferirmi a Firenze per curare la nuova sede. Videogiochi. Bene. Avrò tutto il tempo per poter passare la giornata davanti al pc.
E molestare.
Io molesto.
Io scrivo poesie comprensibili solo a me, io faccio citazioni note solo a me, io minaccio di morte chi non si innamora di me.
Non rispondo al telefono, sono anche parecchio brutto.
Ho portato fiori ad Anna, per ringraziarla della cena.
Camelie.
Ma lei non ha colto la citazione.
E' normale.

 

#28

Fammi capire, solo un momento, cosa accadde, cosa è successo, voglio solo capire, voglio solo sapere, non ridiamo più, non parliamo più, ti abboffi di cibo e mi guardi con la bocca sporca di briciole, ti osservo bere a canna dalla bottiglia e sento il cibo mescolarsi al liquido in un pastone che fai fatica a deglutire non capisco, ti chiedo, cos'hai, non mi rispondi, mangi solo, non mi guardi, non mi pensi, non mi rispondi e ti vedo correre veloce in bagno a vomitare per liberarti, sento i rumori della tua trachea e cristo, sei la stessa che arrossiva se mi avvicinavo alla sua scrivania, sei la stessa che mi ha trascinato alle quattro di notte per baciarmi di fronte al portone de la Galleria degli Uffizi, sei la stessa, sì?

Marco, il flusso di coscienza non è più di moda.

 

 

 

#27

Faccio finta di dormire mentre ti sento girarti in bagno, accarezzare i gatti che dormono nella loro cesta, scegliere il profumo. Passo ritmica la mano sulla mia coscia destra, il cerotto sull'anulare graffia la pelle, tento di non pensare a nulla e ci riesco. Mi saluti, mi dici che ci sentiremo più tardi, sai già di colazione e sai di cravatta e di giacca e di riunioni e ti cancello non appena la serratura della porta scatta alle tue spalle.

Non ho nulla da fare, mi vesto, andrò in centro a spendere.

Piove ed entro in libreria. Scelgo trattati sul terrorismo, mi aggiro senza sapere bene cosa scegliere.
Il ragazzo dietro il banco forse ha pietà del mio disorientamento e inizia a parlarmi senza sosta.
Lo guardo, raccatto carta e penna dalla borsa, gli lascio il mio numero di cellulare.
Lui fissa il foglietto stranito, già innamorato.

Esco dal negozio veloce, con lo stomaco che si allarga e si restringe di continuo, il ragazzo mi segue per offrirmi un caffè.
Andiamo nel bar di fronte, lo ascolto mentre controllo i tratti del suo viso, le sue mani, le unghie pulite.
Ha un buon odore, scopro che ha più anni di me.
Che ha più cultura di me.
Che vive da solo.
Che fra meno di due ore staccherà e andrà a casa, con la sua cultura e il suo bucato da stirare, un tragitto in treno, ti accompagno, ti aspetto, passo il tempo girando per la via affollata che porta in centro, sento acca aspirate e ideogrammi giapponesi rincorrermi lungo il fiume, vedo vetrine di vestiti per neonati, mangio una brioche con crema e bevo un caffè e mi dia anche un pacchetto di chewing-gum per pulire i denti e mi vedo in uno specchio del bar e mi trovo bellissima e lui esce e sento il sapore del sangue sotto i denti ho la macchina nel parking sotterraneo vieni vieni vieni viene cosa ho fatto il cellulare non prende fazzolettini di carta e sistemare i vestiti torno a casa torna il campo di ricezione hai provato a chiamarmi più volte mentre ero al buio nella macchina che si appannava di respiro torno a casa mangio qualcosa.

#26

Milano è sempre grigia, soffocante, con piccole oasi che mi riempono gli occhi di verde senza soddisfare il mio respiro.
Il sole si smorza attraverso i vetri del palazzo, ho voglia di lanciarmici contro, spaccarli e volare fuori.
Un venerdì passato a planare.
Fisso la tua foto nascosta tra le pagine del libro che sto leggendo, che nessuno possa toccarla, nessuno possa vederti, solo per i miei occhi, la mia lingua. 
Il residence dove alloggerò fino a giovedì prossimo è lussuoso e freddo.
Esploro la stanza, il bagno, la piccola cucina elegantemente mimetizzata.
Mi appoggio a un pannello più alto di me e inizio a masturbarmi attraverso la stoffa dei pantaloni.
Una pressione più forte e il peso del mio corpo fa scattare una molla dietro il pannello, che si apre.
E' un frigorifero.
Scoppio a ridere e vengo.

Sandro è felice di avermi di nuovo tutto per se.
Ha cucinato con cura, organizzato tutta la serata.
Mentre mangiamo mi snocciola il programma: after dinner in Brera. Localino di lap dance per scaldarsi. Eventuale puttan tour dopo.
Probabile caricare qualcuna.
Lo guardo allibito e mi chiedo cosa abbia trasformato il mio ex amante in un simile mostro. Come se il Sandro che si appoggiava a me per respirare piano fosse stato annullato, squarciato.
Scendiamo in strada e lo vedo correre alla sua auto, io mi avvicino alla mia.
Che fai?
Torno a casa. Ci si sente lunedì mattina, quando sarò di ritorno.

Guido come un pazzo, una sola sosta all'autogrill, cibo per pistoni, idrocarburi da bere.

Parcheggio stanco, stazzonato. Entro in casa e ti trovo distesa a terra, sul tappeto.
Mi sorridi.

Che scenario posso offrirti?

Tappeto beige con disegni geometrici ocra.

Il mio accessorio è una coppia di dadi d'osso, il tuo?
Il mio sarà un coltello affilato con doppia lama seghettata.

E un libro rovesciato aperto sulla quarta mattonella del pavimento partendo dalla porta d'ingresso.

Marco si stese a pelle d'orso in terra, affondò il naso nelle cimose e aspirò l'odore di passi per le strade.
Marie lo imitò, restando in ginocchio, movimento come un escavatore.

Sento la passeggiata nel parco della rimembranza per i miei diciotto anni, la giunta comunale ci donò copia della Costituzione Italiana.
Rue de Rivoli, vetrine scintillanti, un negozio con paradisi di cioccolato.
La nebbia che si spalma sulla pianura, io che ne vedo la superficie e la Basilica sulla collina in fronte a me.
La stazione liberty dopo la stazione art decò dopo la stazione del Louvre dopo la stazione degli artisti dopo la stazione.
Le biove ancora calde e i rubatà che si sciolgono in bocca.
La pizzeria dietro Palazzo Ducale con stracchino e pesto.
Il bicerin di fronte al Santuario e il pavè intorno all'obelisco.
I caruggi visti dal Bigo.
Sento il treno verso le vigne.
Ascolto le piste da sci innevate.
Accarezzo la sabbia prima della galleria che porta a Paleocapa.
Affondo la faccia nell' acqua termale di Villeneuve.

Marie prese il coltello con la mano destra, appoggiò a terra la sinistra con le dita a raggiera e iniziò a far saltare la lama tra le falangi.
Marco appoggiò la guancia al tappeto e la guardò ipnotizzato.

Ho una catena.
Ho un collare.
Ho un frustino.
Ho un coltello.
Ho carne che sanguina.
Ho uva pigiata come plasma.
Ho musica e parole.
Ho immagini ridotte di pixel.
Ho flaconi di profumo semivuoti.
Ho un paio di dadi.
Ho un coltello.

Marie sbagliò la mira e si tagliò leggermente la pelle dell'anulare,
Marco pigro le prese il dito e glielo succhiò per fermare il sangue prima che il tappeto si macchiasse.


#25

Un mal di testa lancinante, scariche che coprono le braccia e le gambe e poi tornano indietro, decuplicate.
In borsa la richiesta del medico, in bagno il test fatto.
In camera, nascoste, le prime riviste per neo mamme.
Penso a quando lessi su IoMamma un articolo sui bambini di madri fumatrici.
Sottopeso, ritardati, difficoltà di apprendimento. Lo feci notare a mia madre. Lei si accese una sigaretta e mi chiese se credessi di essere mongoloide.
Ho ricevuto un sms da Enrica. Ad uno spettacolo in piazza un cavallo imbizzarrito ha travolto passanti e ucciso una ragazzina di dodici anni.
Le ho chiesto che fine abbia fatto il cavallo, lei ha risposto che era troppo incazzata per l' esibizione mancata e non pagata per interessarsene.
Enrica è attrice, bellissima, con una massa di capelli rossi che sembrano un campo arruginito di meliga.
Stronza come me. Ma lei almeno è viva. E anche io sento nascere qualcosa, di nuovo.
Andrò in libreria, forse. A cercare nuovi scritti sulle brigate rosse.
Poi magari ti dirò che sono incinta e che non ho ancora deciso quanto essere pazza di gioia.

Giovedì, quando tornerai.
Forse.

 

 

#24

Chiuse la porta del frigorifero con l’anca e sentì all’interno la bottiglia messa nello scompartimento caracollare e schiacciare qualcosa.
Uova. Nella migliore delle ipotesi, i formaggini passati da mettere sott’olio.
Nella peggiore, le due uova che viaggiavano solitarie nella scansia da oltre tre settimane.
Scadute, vecchie, tristi, sole, ora forse distrutte.
Aprì poco lo sportello e vide della materia giallastra colare sui pomodori.
Richiuse velocissima.
Questo week-end dovrò fermarmi a Milano, le disse.
Lei annuì iniziando a bere la birra dalla bottiglia.
Forse riuscirò a tornare per giovedì. Mi mancherai, amore. Vieni qui. Ho già mancanza di te.

 

#23

Ai lati della strada vedo passare signore anziane col cane, sposi col fotografo, un ciclista attende che spiova.
Guidando, io corro, non dedico loro più che uno sguardo.
Il cielo, dal parabrezza, è macchiato di pioggia, chiudo gli occhi la frazione di un attimo, sento in anticipo l’odore dell’asfalto quando ci sarà di nuovo il sole.
Cambio la marcia e poi appoggio la mano sui miei seni, sento il duro.
Sorrido spaventata.

 

Mi chiedo quando sarà ragionevolmente tempo di acquistare in farmacia il test.

 

#22

Marie apre l'armadio di scatto, una smorfia le attorciglia il mento.
Guarda i vestiti, butta per aria ciò che trova per frugare meglio.
Cerca con lo sguardo finche non trova il pellicciotto di coniglio, nella busta di cellophane. Si gira verso Marco disteso sul letto.
Ti ho tradito. Mi sono innamorata di un altro. Ti ho lasciato, ci sono andata a letto, ho fatto acrobazie per vederlo, per sentirmi viva.

Mi accascio sul letto e guardo Marie aprire l'armadio, la vedo risoluta cercare qualcosa.
Fa un piccolo salto quando la trova e di scatto si gira e me la lancia addosso.
Una cosa tipo animale morto, quando riesco a togliermela dalla faccia vedo attraverso la busta una pelliccia formato bambino, grigia, spelacchiata.
Vorrei dirle che non l'ho mai tradita, che non potrei mai innamorarmi mai di nessun altra. Ma c'è qualcosa dentro e dietro di lei, mi blocco.

La nostre giornati sono felici.
Sono tornato al mio vecchio lavoro, progettiamo una filiale qui a Firenze.
Marie è distratta, ma do la colpa alla solitudine, non abbiamo ancora amici.
Trascorriamo il tempo libero andando in giro, scoprendo posti strani, cercando librerie che offrano servizio bar.
Le leggo Saviane e le indico dove Paolo ha fatto questo, dove Sena non ha detto quello. Facciamo l'amore ogni momento possibile, le regalo fiori, mangio gelato, non metto più calzoncini corti ma jeans e camicie sbracate, non mi curo più come facevo a Milano, non sto a guardarmi allo specchio, corro felice da una stanza all'altra dell'appartamento a fissare il frigorifero, oppure un quadro e mi dico: è nostro, è mio per lei.
Poi mi giro e la trovo che fissa i suoi anfibi e mi ricordo che non so nulla della sua vita.

Le mie giornate sono mediamente felici.
Cerco, senza fretta e senza affannarmi, un lavoro.
Marco è pieno di energia, mi legge i libri che ha amato, mi si avvicina da dietro e mi morde la nuca e io sento le gambe diventare olio che scivola.
Mi sento bellissima e senza passato.
Fisso la mia immagine allo specchio e mi accorgo di non ricordare niente di cosa mi sia successo finora.
Mi accovaccio per terra e inizio a infilarmi gli anfibi: ho voglia di ravioli in scatola, ho voglia di essere allegra, accendo lo stereo con il telecomando.

abbassa quello stereo, le disse con voce sommersa dal basso che rullava.
lei non prese sul serio le sue parole e continuò a fare la rockstar in mezzo al soggiorno.

abbassa

e lei girava, girava, sempre più veloce, la testa rivolta al soffitto, le braccia allargate e le parole che
copiavano quelle delle casse

abbassa

gli occhi chiusi che vedevano neve finlandese e cieli stellati e

abbassa

cani che giocavano e sigarette accese e pronunzie strane

abbassa, ti dico

la bocca si stirava in un sorriso lungo e gelido, fermo in un attimo cattivo di buio

abbassa

un piede si incagliò nell' altro e lei cadde sul tappeto

ti avevo detto di abbassare il volume, piccola mia, hai ballato ora sei a terra

lei smise di sorridere e spalancò gli occhi: lo guardò mentre si abbassava per baciarla a lungo, per dissetarla con la propria saliva.
Chiuse di nuovo le palpebre e si ricordò che era felice.

#21

Ho un vaso di fiori sulla scrivania.
Un vaso di cristallo, bello, sfaccettato, di foggia moderna, con dentro margherite gialle.
Picchietto la penna contro il vetro e osservo l’acqua dentro muoversi impercettibile.
Mi annoio, il lavoro nuovo mi tiene lontano da te. Che stai dormendo.
Ti vedo, sai?
Dormi, prona con le lenzuola attorcigliate alle caviglie.
I gatti sulla schiena.
E io qui a sentire resoconti, strategie, previsioni, mentre provoco tsunami che affogano gli steli dei fiori.

Ho dormito ore, sento il sapore delle lenzuola.
Apro un occhio, ascolto piano se ci siano rumori diversi dalle auto che passano.
Risprofondo nel buio, mentre la mia mano scivola in mezzo alle gambe.
Lo sento rientrare a casa, fa saltellare le chiavi nella mano, gli scivolano, le raccoglie, si accorge tardi del silenzio, tenta di non fare più rumore.
Nello stomaco ho ancora la sensazione di pane caldo e mollica pesante di poco prima.
Gli slip umidi.
Vorrei che non entrassi mai in camera, non mi vedessi distesa, le gambe come un pinocchio di legno scomposto.
Vorrei che ripigliassi le chiavi e uscissi di nuovo, vorrei davvero che non ci fossi.
Vorrei non sentirti canticchiare in silenzio.
Provo una sorta di odio.
Dico ti amo quando la tua immagine nella luce della porta mi chiede felice cosa faccia ancora a letto.

Avevi uno sguardo strano, assonnato, morto.

Avevo sognato di lasciarti, di andare via.

Ma andare dove, amore? Ci siamo appena trasferiti.

Ho sognato che mettevo qualcosa in una sacca e uscivo.

Marie, era un sogno, solo un sogno. Stai tranquilla. Cosa si mangia?

 

Mi alzo a fatica dal letto, sento l’aria fresca sulla pelle riscaldata dalle lenzuola.
Considero che ho fame.
Considero che mi sono dimenticata di andare a lavorare. Tanto è un lavoro stupido, a termine, con un’agenzia temporanea, i nuovi schiavisti del millennio.
Avvicinandomi al frigo scuoto forte la testa e sento il cervello sbattere contro la scatola cranica, un’assoluta mancanza di dolore, di voglia di agire. Sento come piombini legati alle dita che mi tendono le braccia verso il fondo.
Non ho voglia di fare nulla.
Metto un sofficino nel microonde. Mi ricordo che vuoi mangiare anche tu, ne metto un altro.
Guardo il piatto che gira, bombardato di raggi gamma alfa beta e fotonici.
Non ho neanche voglia di ammazzarmi.

Ho dato le dimissioni. Ho parlato con Praboni. Torno a lavorare per Milano. Non ce la facevo più.

Mi sono licenziata anche io.

Ah.

Veramente mi han licenziata, ma il risultato è lo stesso.

Non abbiamo bisogno di soldi.

Il lunedì mattina Marco entrò nel suo vecchio ufficio con un sorriso raggiante. I dipendenti lo guardarono esterrefatti, al venerdì sera il suo ritorno non era stato neanche ventilato.
Si sedette alla sua vecchia scrivania, accese il computer e si stravaccò comodo sulla poltrona. Telefonò al fioraio due isolati vicino e ordinò una calla per ogni dipendente femmina.
E un mazzo di margherite da spedire a Firenze.

 

 

Mi alzo a fatica dal letto, sento l’aria fresca sulla pelle riscaldata dalle lenzuola.

Ho dormito ore, sento il sapore delle lenzuola.

 

Dormi, stravaccata prona con le lenzuola attorcigliate alle caviglie.

#20
giovedì sera
Disgustoso! sibilò poggiando chiavi e guanti nello svuotatasche sul lungo mobile in noce del soggiorno.
Marco accennò un invito a continuare a parlare con un lieve movimento delle spalle verso di lei, continuando ad affettare le verdure col suo coltello in ceramica.
Disgustoso, credimi! ribadì lanciando il giubbotto sul divano, seguito dalla sciarpa.
La borsa la incastrò tra la piantana e la defenbachia ormai agonizzante, il pollice verde non era una prerogativa, in casa.
Carote, prendere tegame, burro dal frigo, paletta di legno per girare la verdura durante la cottura.
Assolutamente incredibilmente follemente aaaaah, terribilmente disgustoso -primo anfibio.
Preparare il prezzemolo da mettere a fine cottura, sale per mantenere vivo l'arancio.
Non ho limiti per contenere questo disgusto che guarda, guarda, guarda -secondo anfibio, al centro del tappeto come una scultura permanente.
Vino bianco, sfumare, maggiorana e pochissimo rosmarino, due gocce di limone, mezzo bicchiere di acqua calda, coperchio sul tegame.
Cosa è così disgustoso?
Non mi ricordo.
Marco e il rasoio
La riunione, sì, ecco, allora, devo ricordarmi non stravaccato
Ma neanche impettito
Niente braccia conserte, per carità
E non devo giocare con le penne
Guarda qua, un pelo incarnito, dannata barba
Marie, cosa dici, profumo o solo dopobarba?
Stai scegliendo la cravatta, amore?
Devo lucidare le scarpe, ancora, sono in ritardo
Amore, che dici, mentine o chewin-gum?
Ti porterò in Irlanda a fare Orlando
E in Israele a fotografare pompelmi
E a New York a disquisire di artisti, a Tribeca
Amore, avrò un nuovo lavoro
Marie avremo più soldi
Tesoro ti comprerò il mondo
Non rispondi
Rispondimi
Marie
Marie allo specchio
hai creduto di leggere la tua fine nella mia domanda ma ti sbagli perché già amo anche lui che sa di cadenza cantinelante e di prosecchi e non posso che camminare strisciando la faccia contro il vetro gelido ricordando all'improvviso l' amica di famiglia che si diletta di psicologia spicciola e non posso che sentire addosso lenzuola e vapore bollente e non posso che dirti che sei mia mentre mi guardi allacciare gli scarponi ed affilare i denti per affondarli più facilmente nella carne sai che ancora non penso ma il tarlo ha iniziato a rosicare il legno curiosa attendi di vedere come saranno gli sviluppi, lieta di assistere all'intero processo sin dal suo inizio, osservi il concepimento con occhio clinico e sorriso scintillante e mi passi il rossetto color mattone assicurandomi che è indelebile la mano affonda nel cotone mentre ti ricordo che è tutto un altro piano inclinato, che le piattaforme non si scaglieranno mai l'una contro l'altra
venerdì mattina
Attimi in auto che vengono strappati
Doccia, gel, vestirsi, automobile accensione cd volume riscaldamento finestrino attendere sole che brilla risate sommerse il fiume che pare mare galleria ed accelerare e dirti che non frenerò alla curva
La musica
La tua musica
Cominciare la giornata con la tua musica
Tradire, allontanarsi, scopare altri corpi, la mia ragazza, la tua ragazza, altri occhi, altre bocche, altre orecchie
Mucche che volano mongolfiere che esplodono
Le mongolfiere non esplodono
Le mie sì, non è ossigeno, non è elio, non è idrogeno, sono palline rosse ed azzurre in un CaD che si assemblano girando è tardi macchina gelata accensione riscaldamento
venerdì pomeriggio
Avvio l'auto auricolare per il cellulare autoradio sigarette occhiali da sole guanti sul volante.
Persone lungo il marciapiede ma non le vedo mentre camminano.
Macchine lente da superare in seguito a una velocità minima oltre almeno 40 km/h rispetto a quella consentita mentre accendo la sigaretta e apro il finestrino con un uomo che mi fissa dallo specchietto retrovisore davanti a me e frenare quando serve spesso bestemmiare contro chi va lento con il sole che picchia in faccia solo da una curva specifica ed entra nell'abitacolo che pare una discarica col caldo amplificato dai vetri e i rumori che non filtrano all'interno perché la musica è a volume altissimo e la canzone dura circa dieci minuti e quarantasei secondi da ascoltare quattro volte e mezza prima di parcheggiare e riporre auricolare e autoradio per poi indossare il giubbotto prendendo la borsa del computer portatile e le sigarette e l'accendino infine chiudere la portiera e avviarmi a piedi.
Le macchine non mi vedranno mentre camminerò lungo il marciapiede.
Parcheggiò in una strada trafficata vicino allo stadio, case alte lette anni prima: cercò il ponte attraversato da Paolo quando egli vide la schiena di Sena oltre il fiume, pioveva quel giorno, mentre quel giorno il sole picchiava e scaldava.
Appoggiò un momento la fronte al volante, il naso inspirava idrocarburi simil pelle.
Quando sentì che il sangue non raggiungeva più il cuoio capelluto si staccò: si sfregò le mani in un gesto inusuale per lui e aprì la portiera, scese dall'auto ed invece che nell'asfalto affondò nella sabbia, il mare si stagliava verso lui.
Allargò la bocca in un sorriso meravigliato senza domande logiche e mosse passi veloci verso la battigia.
Mentre camminava la sabbia cuoceva e il silicio si cristallizzava, tutto divenne blu e bianco e nero, l'acqua si desalinizzò e si ghiacciò in un immenso pack.
La vide sulla lastra, un folletto rosso, la sua immagine riflessa come un' aurora boreale.
Corse verso lei senza far caso alla frenata stridente, la raggiunse mentre il furgone tranciava il suo corpo facendolo volare, le prese le mani felice mentre si spezzava in mezzo alla corsia, l'immagine di lei rimase nelle sue pupille mentre le palpebre non poterono mai più chiudersi.
Torno a casa per cena, prima di morire.
sugo al tonno
Marie toglie il pane dal frezeer e lo poggia sul termosifone.
Marie prepara per la cena meccanica e ascolta le scarpe di Marco rimbombare nelle scale.
Marie si gira verso il freezer e toglie i due panini e li poggia sul termosifone Marie sbuccia e affetta una cipolla e si asciuga le mani nello strofinaccio prima di prendere l'olio Marie sente la chiave girare nella toppa e si gira verso l'uscio che si ingrossa
Marie dice contro il suo collo preparo il sugo raccontami cosa hai fatto oggi
Marie corre nell'odore di bruciato della cucina staccata dalla pelle di lui per abbassare la fiamma e gli offre la scelta tra sugo alle verdure oppure al tonno ma non sente rispondere e decide da sola mentre il pane scongela lento e lo stereo all'improvviso batte le pareti coi bassi e il suo culo per cinque minuti diventa quello di una cubista che sgocciola l'olio disgustoso del tonno nel lavandino.
ospiti per cena
All'improvviso si gira e con faccia da ramarro gli chiede: tu non hai fame?
Marco rimane fermo una frazione e lei ne approfitta per correre allo stereo e cambiare la musica.
dovremmo pulire, fiori freschi, sistemare le lenzuola, raddrizzare il quadro dei gozzi ormaggiati, tu dovresti aprire il soave per lasciarlo respirare, dovremmo,
Marco la stringe cingendola da dietro ed inizia a muovere il bacino, seguendo il ritmo
dovremmo preparare tartine e salatini, e spolverare i bicchieri, e mettere salviette fragranti in bagno
Piega le ginocchia abbassandosi e risalendo, affondando la bocca nei suoi capelli e leccandole la nuca
cambiarci d'abito, toglierci jeans e tuta, sono agitata, sono agitata
Le mani sotto i seni, le dita nelle costole
agitata, agitata
danzo
venerdì notte
La stanza era un ciclone smorzato: pezzi di chassises, tastiere, un paio di mouse brancicanti un loro posto sul tavolo antico.
Marie senza volerlo osservò il contrasto dato da quegli oggetti moderni su una superficie creata nel tardo '800 restaurata con tanto amore.
Estraniò gli occhi dal volto di Marco e iniziò a perdersi nella soffitta dove sua madre aveva scovato quello sciocco tavolo, con tre cassetti e il foro per il mattarello come un tunnel dove giocare a nascondere piccoli tesori.
Era nel granaio di un cascinale a Nizza, sai? Era rosa, un rosa non confetto e neppure antico e neanche pesca o fucsia o qualunque rosa definibile. Era solo rosa. Ho contato sei mani di biacca sopra uno strato di minio, come usava una volta. Mi piace pensare che ogni passata di colore corrisponda a circa trenta anni di vita del tavolo. Sempre rosa. Più arancione, più rosso, non era sempre uguale, ma sei volte rosa.
Mi stai dicendo che ti sto scivolando dentro sopra l'unico tavolo gay del Monferrato?
sabato mattina
Marie stesa assieme al giornale legge sul tappeto vicino al gatto che dorme, respirando piano; ogni tanto si ricorda di avere le gambe anchilosate e abbozza un cambiamento di posizione.
Marco è in cucina. Apre il frigo e storcendo il naso di fronte al vuoto sotto la lampadina prende l’acqua tonica.
Beve a canna e il gas gli gira tra i denti mentre richiude la bottiglia.
Guarda Marie e prova a dirle ti amo.
Prima la pensa e la frase rimbomba tra le orecchie.
Poi la biascica.
Ti amo, sussurra al lavandino aprendo il rubinetto per coprire il rumore della voce.
Tiamotiamo, tì amo, ti amò, tì amò. Chiude l’acqua e riapre il frigorifero: riprende la bottiglia di tonica, nuova sorsata, profonda.
Nell’attimo di deglutizione guarda verso il tappeto coperto di giornale, gatto e donna e urla forte ti amo ma la voce si mischia ad un rutto.
Marie alza la testa e gli sorride un po' schifata.
neige
Ascolta le vibrazioni degli spazzaneve salire dalla strada e farle il solletico lungo il corpo.
Fai una foto alla neve che cade, chiede con la voce influenzata a Marco che ha la fronte appoggiata al vetro della finestra ad assorbire il grigio della luce.
Non ne ho voglia, le risponde lui: se la fotografassi potrebbe venir mangiata dal Mago dei Pixel e noi rimarremmo senza.
Marie sorride e prova a risprofondare nel sonno, pensando senza motivo che da quando vive in Italia nessuno la chiama col suo vero nome.
E' così brutto il mio nome, che nessuno lo pronuncia mai per intero?
No, amore: è che storcevi il naso se non pronunciavamo bene, così abbiamo eliminato la prima parte.
Tutti, Marco, anche tu?
No, Anne-Marie, io no. Io il francese lo parlo molto bene. Hai fame?
Non so. Questo raffreddore mi azzera tutto.
Se vuoi qualcosa te lo scaldo. Vorrei filmare ogni tua azione per riviverla su uno schermo.
Sarebbe bello, Marco.
Non lo trovi freddo? Non pensi che sia una subliminazione?
Sono troppo raffreddata per poter raggiungere questo tuo livello di sega mentale.
Non pensi mai che potrebbe finire?
Cosa, Marco, il nostro amore?
No, la neve.
Marco stacca la fronte dal vetro e si gira a guardarla, il sedere appoggiato al termosifone.
Incrocia le braccia e mentre sente un prurito solleticargli la gola considera che gli ha attaccato il raffreddore.
"Inevitabile" è l' ultima parola che pensa prima di starnutire.
croce
Che noia, commentò leggendo la rivista di computer, prona sul tappeto e dondolando i piedi in un arco, dal sedere a terra, a ritmo.
Che dice? le chiese osservando le sue caviglie nei calzettoni di spugna che ballavano e bevendo il succo d'ananas dal cartone.
Nulla di che, rispose lei, sfogliando le pagine distratta e giocherellando con il ciondolo al collo.
Potremmo andare al cinema, stasera, propose lui posando il succo e avvicinandosi a lei.
Beh, è un' idea, gli rispose assonnata e girandosi supina per distendersi a mo' di croce.
Oppure rimanere qui sul tappeto, se ci va, replicò lui distendendosi sul suo corpo per ricoprire ogni centimetro di pelle con la propria.
Vieni ancora più vicino a me, gli sussurrò piano nell'orecchio sinistro.
La tua mano attorno al mio collo, stringi, forte. 
La scorsa notte guardavo fuori dalla finestra in attesa della nevicata ma vedevo solo grigio diventare nero che esplodeva in fiocchi luminosi come cicale ma non è estate col sudore ed i vestiti leggeri che se soffia dell'aria senti fresco sulla pelle è inverno e l'unica porzione di carne libera è il collo dove tu stringi con la mano.

Marie, vieni qui.
Vieni a giocare nella neve.
Non preoccuparti di nulla.
Vieni a sentire il silenzio.
sabato tarda serata 
Uscendo dal cinema col sacchetto di caramelle Marie lascia una scia di cartacce lungo il marciapiede, in diagonale, quelle carte che crocchiano e infastidiscono durante il film-
-ma perché butti a terra? E' incivile! Marie, non siamo in Francia! 
Lei lascia una scia per poter ritrovare il sentiero che li riporterà dentro la sala ovattata a riguardare ancora le immagini che scorrevano in sequenza una dietro l'altra continue-
-ché non l'ho visto perché ti baciavo, ne ho persi tre terzi, pensi che dovremo rifare il biglietto?
Palazzo Rosso
Ti porto fuori da questo alloggio che è pregno di noi ci potrebbero respirare nelle tende e nei cuscini e vederci gocciolare come condensa sui vetri corro per le scale tirando il tuo braccio fino a staccarlo e farti inciampare nei gradini sento il tuo fiato che si affanna a ridere fuori verso l'auto frenetici cerchiamo le chiavi aprire guido io per viali con lo smog che si infila tra gli alberi e mi giro ai semafori a guardarti cantare come una rockstar omosessuale -hai anche sfilato dalle asole i primi bottoni della camicia bianca- urlo anche io mentre trovo un parcheggio e ci scaraventiamo verso le stradine del centro così eleganti ed anziane e le facciate ci guardano con sorriso bonario affannarci verso il portone
La stanza si trova al primo piano, dopo aver percorso un'ampia scalinata ed un lungo corridoio, i passi che affondano nella passatoia di velluto bouclé liso.
La porta laccata bianca è socchiusa, la custode deve aver sentito un relée mentale scattare mentre arretrava per correre al telefono a chiamare aiuto.
Suppongo, ancora, prima di avere le prime immagini.
Sadicamente sono i momenti che amo di più nel mio mestiere: quelli della scommessa, dell'indovino, del basarmi su pochi elementi che senza una telefonata in centrale non darebbero adito a nulla di grave.
Una porta socchiusa dopo urla strazianti ha una sua storia, perde l'anonimato della distrazione.
Sono sul letto, questo lo so già, ed il lenzuolo è ormai marrone: metamorfosi chimiche han tolto la nobiltà porpora e viva per lasciare posto alla tristezza.
Lui avrà il coltello scivolato dalle mani, lei rannicchiata contro il suo fianco, la testa contro lo sterno.
Gli occhi saranno spalancati in una ribellione contro le cose belle che si son resi conto all'ultimo di star perdendo, dimentichi che fino a poco prima le cose brutte offuscavano ogni piacere.
Troverò anche qualche droga, o forte medicinale, almeno per lei, perché sentisse meno dolore.
Penso, credo.
Ho visto i documenti, giù alla concierge: ironicamente li conoscevo da anni.
Da anni lei mi chiedeva, quando raramente riusciva a strapparmi qualche parola sulle mie indagini, di che colore fosse il sangue.
Non il sangue di una ferita sciocca, ma il lago di un delitto, la marea entropica di un suicidio.
Non sapevo mai risponderle e lei ogni volta diceva: è come la facciata di Palazzo Rosso, mattone rossaceo tendente all'ocra, con una cupa persistenza ossidante.
Le dicevo imbarazzato che non ero mai stato a Genova e lei mi strappava l'ultima parola: un giorno ti mostrerò quel tipo di rosso.
essere un gioco delle parti scoprire credendo di scoprire non scoprendo un bel nulla
tch tch tch, micio... Marco, amore tch tch tch
costruire castelli di sabbia su una spiaggia del Messico
tch tch dormi, è solo un brutto sogno, Marco
che so, comperare un albergo
tch tch sei l' unica persona che riesca a dire frasi perfette mentre dorme
eh? sono l'ispettore Derrik, lei è in arresto
e che risponde, pure.
Palazzo Bianco
Non ama dormire con il buio totale: le rimane addosso umida la sensazione che gli occhi vedano per sempre ciò che non esiste più.
Così gli scuri restano aperti, luce che ricorda.
Marco sa che la notte è il momento peggiore.
Ogni tanto si gira verso di lei e la sfiora per dirle che c'è lui a proteggerla.

quando tento di addormentarmi provo questa sensazione di scivolamento
con le gambe che scendono gradini
i tendini scattano furibondi
e
mani e piedi e collo si inarcano verso/contro un muro di lenzuola
in teoria so molto bene
che la mia posizione orizzontale/fetale/rannicchiata/testa poggiata sul cuscino
impediscono agli assassini di tagliare
ma il gradino io lo scendo ugualmente
e casco oh, se casco
e la fronte vola giù verso il freddo
so bene di star dormendo
le pupille ruotano frenetiche
sto dormendo lo so
e quei maledetti tendini continuano nello spasmo
facciamo così:
io crollo poiché è necessario che io cada
tu poi raccoglimi
domenica mattina
Scoperchiò il letto tirando con forza il piumone: sfoderare i cuscini, via lenzuola, un fazzoletto appallottolato pronto a cadere in terra.
Salì in ginocchio sul materasso ad una piazza e mezza, si stese di traverso, prona.
Col seno, le spalle e la faccia riconosceva la propria forma scavata nel tessuto, nelle molle; le gambe ed il bacino, invece, affondavano in pendenze non sue.
Girò il viso verso la pediera e rimase ferma a guardare le venature del legno, la bocca leggermente aperta, un filo di saliva che tentava di bagnare il materasso.
Raccolse le braccia sotto il petto piegando i gomiti, strinse le mani a pugno.
Attraverso l'armadio a muro sentiva i rumori in cucina: l'armadietto delle tazze aperto e poi richiuso, il bricco del caffè, frigorifero aperto per prendere il pane dolce e la marmellata.
Cassetto che scorre, coltello, cucchiaino.
La zuccheriera dalla mensola, una sedia spostata.
Marie girò il viso verso la testiera e iniziò a creare televisori sul pannello di noce levigato nei primi anni dell'800 nel sud del Piemonte. 
Una giovane sposa che si alzava ogni mattina all'alba, magari era bassa come lei e faceva fatica a salire sul pagliericcio.
Oppure era malata di tisi e i suoi bacilli facevano ancora le corse lungo gli intagli.
Allungò un braccio ormai intorpidito verso il comodino e spense l' abat-jour nello stesso momento in cui Marco entrava in camera con il vassoio della colazione.
Lo sentì inciampare nella montagna di lenzuola e piumone ammassati in terra, sentì il caffè bagnare l'aria intorno a loro.
La porcellana che rimbalzava sulle piastrelle sigillò il momento.
Marie chiuse gli occhi e si addormentò, Marco tornò silenzioso in cucina a prendere una spugna e dello scottex.
conversazione
Era solo una questione di aggregazione, di affiliazione, di segreti e di codici, di regole e di status sapere chi sei e conoscere i tuoi compagni sarebbero poi venuti tempi bui e sangue e gambe tagliate
E' amorale, però era Maggio, d'accordo non erano rose ma spine ma è amorale
Avremmo rapinati banche ed uffici postali ci saremmo ritrovati in appartamenti vuoti ed insonorizzati
Comprendi che a mia madre non potrei mai dire una cosa del genere
I cordoni ombelicali sarebbero stati recisi documenti su documenti e ricordarsi che nome adottare tal giorno gli occhi che brillavano di luce segretissima
E mia zia! Mi avrebbe diseredato!
Era la causa: avremmo avuto uno scopo saremmo stati i Robin Hood dalla zampa di elefante
Meno male che ora ti limiti a divorare i libri che ne parlano
Volevo essere un nome che rovesciava; tu cosa avresti voluto fare, invece?
Io volevo suonare con l'arpa la sigla de L'Almanacco del Giorno Dopo
domenica pomeriggio
La guardava quasi divertito iniziare un mucchio di lavori tutti assieme.
La vide accendere la lavatrice e correre a spulciare vecchie bollette nella scatola.
La sentì sciacquare qualche piatto e metterlo nella lavastoviglie, tavoletta di sapone e far partire il programma a settanta gradi.
Andare a cercare un maglione nell'armadio perché la temperatura s'era abbassata.
Marco tentava di leggere ma lei volteggiava talmente che era impossibile mantenere l'attenzione fissa sulla pagina.
I rumori nella stanza indicavano che stava approntando l'asse da stiro e con la coda dell'occhio la sbirciò mettere l'acqua distillata nella caldaia del ferro.
Mentre questo si scaldava la vide correre nello studio ad accendere il computer borbottando qualcosa a proposito di e-mail a cui rispondere.
Marco si alzò e andò alla cassettiera in cui tenevano le candele.
Ne prese una, tese l'orecchio per sentire il motorino del pc avviarsi e la accese nello stesso istante in cui il contatore della luce saltava.
domenica sera
Vedeva Marie ridere durante la preparazione di sacchetti di verdura congelata: mono, bi-porzioni, vaschetta grande per eventuali ospiti.
Spiava i gesti abbastanza veloci ed automatici, mentre leggeva sdraiato sul divano, in mano strani occhiali da sole argentati trovati per terra vicino all'automobile venerdì sera, chissà chi li aveva persi, se li stava ancora cercando. 
Faceva roteare la stanghetta tra le dita, come un lazo, e la luce dalla finestra si buttava ritmicamente sulle lenti sputando lampi ovunque.
Marie veniva colpita dal raggio mortale con una frequenza random, ma resuscitava abbastanza velocemente per poter imbustare un nuovo lotto di fagiolini.
Il giornale che sfogliava era svogliato, fumetti che non necessitavano di lettering; lo posò al suono del campanello.
Luisa che faceva una visita lampo, gli occhi pieni di lacrime trattenute, l’ennesimo litigio con suo marito, solidarietà femminile da cercare.
Marco si sentì in colpa senza motivo, la naturalezza della sua vita lo assediò un istante.
Andò ad espiare nello studio, mettere a posto i foglietti di appunti che seppellivano la scrivania era abbastanza simile ad un ergastolo.
Fece fare un paio di giri agli occhiali, ma il raggio della morte ormai era esaurito.
domenica notte
E' tanto in crisi, Luisa?
Sì.
E?
E niente. Non ti manca il tuo vecchio lavoro?
No. Non più di tanto. Sono felice, qui. Tu?
Anche io.
lunedì mattina
Non è più buio, fuori.
Neanche luminoso, ancora venti minuti circa.
La temperatura esterna si aggira sui due gradi.
E' nuvolo, il cielo non invoglia ad uscire di casa saltellando.
Doccia, vestirsi, trucco, scarpe, chiudere la porta, mettersi in viaggio.
Scegliere la musica da ascoltare ed allontanarsene.
Una leggera noia, una leggera appiccicosa estraneità.
 


#19

Ho guidato fino al mare, stamattina presto: una sola sosta in un autogrill, rifornimento, caffè, una brioche.
Ho visto salire il sole e ho trovato degno di un film lo spettacolo dell'asfalto che si illuminava pian piano velocemente.
E' l'ultimo week-end prima della fine delle ferie: in azienda molti sono già tornati al lavoro: io non ero indispensabile, quindi guido fino al mare, il costume da bagno già addosso, due asciugamani buttati sul sedile posteriore.
Quando arrivo, dopo aver parcheggiato, mi stiro scendendo dall' auto, sbadiglio, mi accendo una sigaretta e mi avvìo alla spiaggia.
E' deserta, umida della notte, la sabbia disseminata di cartacce e mozziconi. Il mare fa rumore quando arriva a riva.
Penso a tutte le estati passate qui, da bambina, penso al caldo che si impadroniva delle braccia e delle gambe e rivedo nello specchio le efelidi comparire sul naso.
Penso a cosa devo fare, se dire di sì a Marco per andare a vivere con lui.
Non so nulla, potrebbe essere un assassino oppure un noiosissimo dirigente pieno di soldi da spendere che mi metterà alla porta quando sarà stufo.
Mi siedo sulla sabbia e faccio disegni con un bastoncino di legno.
Penso a Luca, alle promesse di amore eterno che ci scambiavamo con una vocina che urlava: credici! devi crederci!, penso alle persone che conosco.
Sento vuoto intorno a me, dentro me, analizzo i momenti in cui mi impadronisce una strana euforia e divento iperattiva per poi scivolare verso l'apatia più totale.
Mi spoglio e mi distendo sull'asciugamano, chiudo gli occhi.
Mia zia mi diceva sempre che il sole migliore per abbronzarsi è quello del primo mattino.
Mi addormento mentre sento la prima lentiggine spuntare sulla punta del naso.

#18

Organigramma da restringere. Spese da ridurre.
Non è più necessaria la sua collaborazione. 
Sermini, programmatore altamente qualificato, fissa Marco, il Dottor Marco, comunicargli che non gli sarà più rinnovato il contratto con un sorriso ebete sul volto.
Si chiede se rida di lui o meno.

Dottore, so bene che sarei stato qui pochi mesi e so anche che son stato preso solo grazie alle sue insistenze.

Ti poggio una mano sugli occhi e ti oscuro la vista. Fisso la tua bocca e il naso senza espressione, fisso la perfezione del mento.

E la ringrazio, davvero, è stata un'esperienza eccezionale.

Mi mordo il labbro inferiore fino a farlo sanguinare e sporco di rosso il tuo collo.

Potevo fare uno stage gratuito e invece lei ha voluto l'assunzione e con le sue referenze ho la strada spianata.

Parlami senza emettere suono, voglio vedere i denti brillare e sparire.

Dottore, beh, se non ha più nulla da dirmi io andrei, ho da terminare una compilazione.

Sterno. Costole. Pancia. Pube. Interno cosce.

Io vado, eh? Buongiorno. Ancora grazie.

Ginocchia. Sospeso sul ginocchio destro. Risalgo velocissimo e affondo la lingua dentro te. Tu esplodi nella mia bocca.

Sermini esce dalla stanza riunioni e si avvicina alla scrivania di Sara: appoggia le mani sul piano e la fissa sospirando che il contratto non è stato rinnovato, come si aspettava.
Ma che ha? chiede.
Mi sembra di essere la segretaria di un uomo totalmente diverso, risponde Sara.
Sarà innamorato, propone Sermini.
La segretaria fa un sorriso strano e considera che Marco ultimamente passa il tempo attaccato a internet, firma i documenti senza sezionarli parola per parola, fissa la finestra con un sorriso ebete, ogni due ore è alla macchinetta del caffè, in pausa.

Marco chiude a chiave la porta della stanza riunioni, tira giù le tende a veneziana, spegne la luce e si collega a internet.
Va su e-bay e rilancia l'offerta per acquistare il lettore mp3 che sta seguendo da due giorni.
Poi si spoglia completamente nudo davanti allo schermo, apre i-Tunes, fa partire una canzone che ascoltava l'estate di ventitrè anni prima e comincia a ballare, felice.

#17

Come stai?
Bene, annoiato, piove. E’ parecchio che non ci sentiamo. Non siamo mai stati così tanto tempo senza neanche un sms.
Vero. Ho conosciuto un uomo, sai? E’ il mio capo. Cioè, è il capo di tutti.
Ah. Un Grande Capo, allora. Racconta tutto.
Eh, che dirti. Ha quarantatrè anni, bello, abbronzato e nel tempo libero mi sa che si mette i pinocchietti.
Quei pantaloni al polpaccio? Allora è ricchione di sicuro.
In effetti in azienda dicono sia gay ma forse perché è riservato e nessuno sa mai niente di lui. Comunque è molto affascinante. Ci siamo incontrati al supermercato due sere fa e mi ha invitata a cena.
Ah. E poi?
Beh, niente, poi. Mi sono comperata un orso gigantesco di peluche. Poi ho bocciato la macchina, ho fatto un frontale, sabato scorso.
Come, un frontale, ti sei fatta male?
Volevo andarci a letto, sai?
Aspetta un momento, ti sei fatta male?
La cena era buona, però.
Marie! Hai avuto un incidente?
E anche se penso si metta i pinocchietti è davvero bellissimo. Ha i capelli quasi a zero, gli occhi marroni ed è abbronzato.Ma non abbronzato lampada, abbronzato mare montagna campagna. 
Marie?
Mi ha chiesto di andare a vivere con lui a Firenze. Ha comperato un loft la scorsa settimana.
Eh? Che stai dicendo? Lo conosci appena, è il tuo capo, che stai dicendo?
La macchina è distrutta, mi sa che sarà un salasso. Ho anche torto. Oh, senti, devo andare. Ci si aggiorna, eh?

 

 

 

 

#16

Lenta e poi veloce nocche a stringere vacanza caldo sabbia tra pieghe della pelle esplodo Apro la bocca e mordo un pezzo di cuscino faccio colare la saliva sul tessuto poi aderire le labbra all'umido Un occhio chiuso e l'altro semi aperto mentre vai in bagno ascolto l'acqua scorrere tento di soffocare tra i capelli sento le fibre dell'asciugamano graffiarti la pelle rallento il ritmo lo accelero

In spiaggia non giocavo, non facevo nulla che non fosse leggere e guardare senza senso in giro

Mi uccide un pugnale mentre accendo la sigaretta

Provo a chiedermi se non sia semplice mistura cinematografica fumare, dopo

Mi accorgo che in realtà non sei in bagno

Non sono neanche in spiaggia, ma su un materasso dalle lenzuola bagnate

Stringo forte le palpebre e sento una ragnatela di rughe formarsi sulle tempie, sento l'odore di nicotina posarsi sul posacenere, lascio consumare sino al filtro la carta il tabacco il petrolio il catrame il cancro ti uccide donne in gravidanza non fumate danneggiamo gravemente chi ci sta intorno, finché non vengo.

#15

Spende la domenica mattina in un centro commerciale aperto. Fa la spesa svogliato, si risveglia dall'apatia solo alle casse, quando si accorge che è in coda dietro di lei. Guarda il contenuto del suo carrello. Cibo per cani. Cibo per gatti. Sabbia per lettiere. Red bull. Uova, formaggi, pane, vino, reggiseni e slip, acqua minerale frizzante, piantine grasse, una stampante a colori che campeggiava in offerta all'ingresso dell'ipermercato.

Volevo comperarla anche io.

Mi giro stranita, sento andare via lo sguardo freddo che le luci e la musica di sottofondo regalano ai clienti che spingono automatici i loro carrelli e quando ti riconosco so che mi brillano gli occhi.

E' un regalo per il mio compleanno.

Sorride sapendo che lei compirà gli anni solo fra qualche settimana e tutte le donne conosciute finora si sarebbero regalate una borsa o dei vestiti o una seduta dall'estetista.

C'era in offerta anche la carta fotografica.

Dove? Ascolto la sua voce strana, che fatica a salire. Come se non parlassi da giorni interi.

Nella corsia dietro.

Oh. Tienimi il posto, corro a prenderla.

Interdetto perché gli si è rivolta dandogli del tu in modo così naturale fa avanzare i due carrelli. Ancora. Arriva il turno e mette la spesa di lei sul nastro. Paga, fa passare le proprie cose, paga di nuovo e attende fuori dalla cassa. Aspetta. Finché non la vede arrivare trafelata, con gli occhi che brillano, un sorriso enorme e un orso di pelouche grande, gigantesco, alto quasi come lei.

E' bellissimo, vero? Non son potuta resistere.

E la carta fotografica?

Me la sono dimenticata. Quanto ti devo per la spesa?

Te lo dico a cena.

Come un cretino la fisso, la tovaglia è un muro orizzontale tra me e lei. Ripeto Non Son Potuto Resistere come un mantra, la mia professoressa di italiano artiglia la lapide che la trattiene sottoterra.
Parlami, raccontami di te. Mi dici che la tua famiglia è in Francia, che non la vedi da tanto. Ti accenno alla mia, non ne ho notizie da tempo immemore. Una smorfia, come a dispiacerti, poi ti illumini subito parlandomi di posti visti da bambina, di persone incontrate una volta e mai più. Mi porti sulla pista da ghiaccio il giorno che hai inseguito un tizio con la faccia triste accasciato su una panchina, continuavi a chiedergli cosa avesse e lui ti guardava stranito ed infastidito per scappare sulle lame, veloce e goffo. Ti dico che hai una cosa terribile, dentro, una sorta di leggerezza che fa affondare e la tua risposta è un lampo di acciaio negli occhi, la mascella che fa stridere i denti. Ma solo per un momento, ritorni subito una facciata di allegria e mi chiedo se non abbia sognato. Non vuoi il dolce e mi alzo di scatto, quasi facendo rovesciare il tavolo. Vieni, andiamo a prendere il caffè da qualche parte, andiamo a fare commenti sulla gente che passeggia, hai mai visto quanto siano brutte le persone?

Vengo, afferro la tua mano. Che coraggiosa che sono, un'ora spesa a pastrocchiare negli archivi del computer dell'azienda e già mi vedo addormentarmi di fianco a te.

 

 A Natale cammino lungo una passatoia di lana con due fasce laterali marrone scuro in contrasto col beige centrale che si snoda lungo le porte che si aprono prima sul soggiorno ampio e luminoso con zanzariere sulle portefinestre spalancate e le tende che ballano come lunghe gonne morbide che indicano la cucina stretta e lunga e piena di armadietti con dentro un trita ghiaccio di plastica per preparare il frappè.
La seconda porta è uno sgabuzzino che si alza in verticale e precede la terza stanza stretta con un armadio e una radio portatile che suona sotto una lampadina gialla prima della stanza da letto gigantesca con sui muri poster di cani e di gatti in posa su fondali rossi e il dentifricio alla fragoladi paperino nascosto nel comodino perché mi piace mangiarlo ma è proibito.
Il bagno è quadrato e dalla finestra vedo il pastificio artigianale, corro nella camera successiva con il marmo che si incendia quando c'è il tramonto.

Mi sveglio di colpo in un bagno di sudore. Tu dormi leggera, due dita arcuate della mano poggiata di dorso sul materasso. Ti ho detto che voglio comprare casa in un posto diverso da questo e mi hai semplicemente chiesto quando ci saremmo andati.

Mi riaddormento felice, forse sono un po' coglione, mi dico, e torno a preparare frappè col tritaghiaccio di plastica bianca e rossa con mia nonna che sceglie lo sciroppo.

 

 

A Natale cammino. Mi sveglio in un bagno di sudore. Tu dormi leggera. Mi riaddormento felice.

 

 

Come un cretino la fisso. Parlami, raccontami di te.  Vieni, andiamo a prendere il caffè. Hai mai visto quanto siano brutte le persone? 

 

Spende la domenica mattina. Si gira stranita, perde lo sguardo freddo che le luci e la musica di sottofondo regalano ai clienti che spingono automatici i loro carrelli e quando lo riconosce le brillano gli occhi.

#14

Suona il telefono, premo il tasto dell’interfono e ascolto Sandro apostrofarmi e chiedermi delle vacanze. Che non farò. Venerdì l’azienda chiude e io sarò senza motivazioni per alzarmi al mattino, continuerò a lavorare, con ritmi meno sostenuti godendomi il silenzio completo, sobbalzando quando un rumore apparirà. Mi appoggio allo schienale e chiudendo gli occhi sento la tua voce che si lamenta di queste ferie forzate: sei qui da poche settimane e non le hai ancora maturate, il tuo prossimo stipendio sarà un incubo, dici alla mia segretaria. Incredibile come tu riesca a farmi sempre pervenire la tua voce ovunque io sia, forse è colpa mia che ho preteso tutto fosse open space, anche gli uffici dei dirigenti,le decisioni segrete relegate in due sale riunioni da cui non filtra il minimo rumore. Sara ti risponde che non devi disperarti, con un poco di straordinari recupererai i soldi mancanti, a Settembre: apro sullo schermo del computer la tua scheda, memorizzo il tuo indirizzo e mi immagino stasera alla tua porta con un mazzo di fiori gigantesco e una disdetta per la tua padrona di casa. Ti porto via, vivrai in una villa gigantesca a strapiombo sul mare, in un loft di acciaio e quadri giganti nel centro di Milano, in un intero piano di casa di ringhiera con le stanze che si aprono come matrioske lungo un balcone pieno di gerani. Apro gli occhi e ti vedo di profilo, ti mordi il labbro inferiore e piccole rughe si affacciano sulle tue pupille. Hai un viso da città che sa di campagna e capisco che il tuo posto è in mezzo a tulipani e cieli sgombri e muri a calce. Apro su internet il sito di una delle migliori agenzie immobiliari d’Italia, faccio scorrere le offerte e telefono per un appuntamento. Avrai traffico cittadino che viene soffocato dalle colline. Settembre sarà un mese bellissimo. Mi rendo conto in un istante che non so neanche se tu viva da sola o meno, ma non sarà un problema. Mi stupisco di me stesso: mi sento pieno di vitalità e glamour dirigenziale.

 

La sera tardi entro in casa e abbandono con un calcio le scarpe, tolgo le calze e affondo i piedi nel tappeto folto. Rimango con la schiena ritta a godermi i filamenti che solleticano i plantari e poi mi vomito sul divano, afferrando l'ultimo numero dell'Espresso. Il famoso regista che fustiga il bel paese, la Cina che ci ucciderà, il mondo che esplode in uno zaino. Chiudo gli occhi e scopro che non me ne frega nulla. Allungo il piede destro a sentire di nuovo le cimose del tappeto accarezzare le dita e ripenso alla frase conclusiva di Sandro, al telefono stamattina. Metereopatico, così mi ha definito, con sbalzi di umore eccessivi. Solo perché la scorsa settimana mi ero mostrato tiepidamente entusiasta di fare le ferie, mentre stamattina ero un rettile in un terrario che si scompone solo quando il topo giornaliero inizia a correre tra le rocce. Me ne disinteresso. Ho trovato l'appartamento.